La febbre editoriale da coronavirus

Basandosi su vari elenchi che erano stati messi insieme nel tempo, nel 1882 Arcangelo Scacchi scrisse che l’eruzione vesuviana del 1631 generò una vera e propria «epidemia tipografica»[ref]Scacchi (1882), “Della lava vesuviana dell’anno 1631”, in “Memorie di matematica e di scienze fisiche e naturali della Società italiana delle scienze (detta dei XL)”, Tipografia della Reale accademia dei Lincei, Roma.[/ref].
Secondo l’ultima versione della raccolta più completa, quella di Luigi Riccio del 1889, quell’eruzione aveva ispirato 234 opere e scritti di vario genere[ref]Riccio (1889), “Nuovi documenti sull’incendio vesuviano dell’anno 1631 e bibliografia di quella eruzione”, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XIV, III.[/ref], per cui molti storici della scienza ritengono che la vulcanologia moderna nacque proprio in quell’occasione.

I disastri hanno sempre ricevuto molta attenzione e, negli ultimi secoli, tra le calamità che hanno avuto maggiori ripercussioni sociali c’è il terremoto/maremoto/incendio di Lisbona del 1755. Si trattò di un evento complesso (in realtà i disastri lo sono sempre) che ebbe una risonanza vastissima e fu oggetto di studi e interpretazioni, i più importanti dei quali in ambito filosofico, specie tra Voltaire, Rousseau e Kant[ref]Tagliapietra (2004), “La catastrofe e la filosofia”, in “Voltaire, Rousseau, Kant. Sulla Catastrofe. L’illuminismo e la filosofia del disastro”, Bruno Mondadori, Milano.[/ref]. Il dibattito fu così profondo che cambiò la visione della catastrofe, riconoscendo la scissione tra la natura e la morale. In altre parole, dopo Lisbona l’evento nefasto non fu più considerato un “castigo divino”, ma un fatto spiegabile “scientificamente”[ref]Neiman (2011), “In cielo come in terra. Storia filosofica del male”, Laterza, Roma-Bari.[/ref].

In seguito, ogni disastro ha avuto ampia eco mediatica e accademica, fino ai giorni nostri in cui l’eco degli eventi più drammatici ha ampiezza planetaria. Questo pone delle questioni. Nel 2015, JC Gaillard e Christopher Gomez hanno pubblicato sulla rivista “Jàmbá: Journal of Disaster Risk Studies” il paper “Post-disaster research: Is there gold worth the rush?”[ref]JC Gaillard, Christopher Gomez (2015), “Post-disaster research: Is there gold worth the rush?”, in “Jàmbá: Journal of Disaster Risk Studies”, vol. 7, n. 1: https://jamba.org.za/index.php/jamba/article/view/120[/ref], in cui si paragona l’ansia editoriale generata dai disastri ad una “corsa all’oro”.

L’argomento sta particolarmente a cuore a JC Gaillard, che alcuni mesi fa, nel novembre 2019, ha firmato insieme a Lori Peek un articolo su “Nature” in cui invoca la necessità di un codice di condotta per chi studia gli effetti dei disastri, dal momento che spesso questo tipo di ricerca solleva dilemmi etici e squilibri di potere[ref]JC Gaillard, L. Peek (2019), “Disaster-zone research needs a code of conduct”, in “Nature”, 20 novembre: https://www.nature.com/articles/d41586-019-03534-z[/ref].

Tutto ciò è particolarmente evidente durante la pandemia che stiamo affrontando in queste settimane, una tragedia per l’umanità intera e che, tra i suoi effetti collaterali, ha determinato una nuova “febbre editoriale”. Qualche giorno fa David E. Alexander ha calcolato che «tra il 1° gennaio e il 3 aprile 2020 sono stati pubblicati 6659 articoli sul Covid-19. Circa l’83% era in riviste con peer review e il 17% (1135) è uscito come prestampa non revisionata […]. Molti degli articoli riguardavano campi diversi dalla medicina, dalla genetica e dall’epidemiologia, come sociologia, psicologia, giurisprudenza e relazioni internazionali. In breve, i documenti su Covid-19 stanno uscendo al ritmo di 67 al giorno ed è probabile che il flusso supererà i 100 al giorno una volta che le ricerche andranno a pieno regime»[ref]E. Alexander (2020), “More on the Covid-19 Academic Gold Rush”, in blog “Disaster Planning and Emergency Management”, 9 aprile: http://emergency-planning.blogspot.com/2020/04/more-on-covid-19-academic-gold-rush.html?m=1[/ref]. 

Come quella del 1631, questa «epidemia tipografica» (digitale) del 2020 è l’effetto di molti sentimenti: di una sorpresa e di uno shock, così come di una sincera voglia di capire e di spiegare, ma anche di partecipare con gli strumenti intellettuali propri di ciascuna disciplina. Parallelamente, è bene osservare, continua Alexander, che «gran parte delle ricerche che verrà pubblicata sarà ripetitiva, a corto d’intuizione, prematura e priva di rigore e verificabilità scientifica».

È una preoccupazione che lo studioso aveva già espresso alla fine di marzo, quando in un precedente articolo sul suo blog aveva messo in guardia su questa nuova “corsa all’oro” della ricerca sui disastri rappresentata dal Covid-19: «Un lato positivo dell’impulso di pubblicare è il desiderio di contribuire al dibattito prima che l’attenzione svanisca e venga dirottata su altre questioni. Tuttavia, c’è una domanda prevalente su quale sia la fase di un disastro più opportuna per fare un bilancio»[ref]E. Alexander (2020), “Covid-19 and the Disaster Research Gold Rush”, in blog “Disaster Planning and Emergency Management”, 27 marzo: http://emergency-planning.blogspot.com/2020/03/covid-19-and-disaster-research-gold-rush.html[/ref]. Il rischio, cioè, è che la risposta accademica sia troppo affrettata, dacché «quando leggi articoli accademici scritti nel pieno del Covid-19, stai attento!».

Cercando la parola “coronavirus” sul sito-web di Amazon, e limitando la ricerca agli ultimi 30 giorni e per la sola lingua italiana, i testi disponibili sono 162 [ref]Dati ricavati dal motore di ricerca interno del sito-web di Amazon.com, il 13 aprile 2020 alle ore 13:00: https://www.amazon.com/s?k=coronavirus&i=stripbooks-intl-ship&rh=p_n_feature_nine_browse-bin%3A3291440011%2Cp_n_publication_date%3A1250226011&dc&qid=1586771901&rnid=1250225011&ref=sr_nr_p_n_publication_date_1[/ref], mentre con la parola “covid” (e con gli stessi parametri), il risultato è 82 [ref]Dati ricavati dal motore di ricerca interno del sito-web di Amazon.com, il 13 aprile 2020 alle ore 13:00: https://www.amazon.com/s?k=covid&i=stripbooks-intl-ship&rh=p_n_feature_nine_browse-bin%3A3291440011%2Cp_n_publication_date%3A1250226011&dc&qid=1586771995&rnid=1250225011&ref=sr_nr_p_n_publication_date_1[/ref]. Anche nei canali accademici si vede una frenesia simile e alcuni instant-book sono già in circolazione: evidentemente c’è voglia di esserci e di cooperare, di prendere parte. La maggior parte degli studiosi di scienze umane e sociali, tuttavia, è attualmente impegnata nell’osservare e nell’ascoltare, cioè nel raccogliere dati che verranno vagliati criticamente in una fase successiva. Questa volontà di rispetto dei principi di cautela e dei tempi di elaborazione delle idee è alla base di molti progetti di ricerca e inviti a collaborare lanciati in queste settimane, compresa la raccolta di testimonianze avviata da “Il Sileno”. Sulla pandemia, dunque, continueremo a leggere in futuro, con un maggior distanziamento da questo microscopico eppure devastante “oggetto di ricerca”, e quando le riflessioni degli “esperti” saranno più pacate e a fuoco.

Nel frattempo, è un ottimo segnale che in tanti sentano di dover partecipare al dibattito collettivo, incluso quello con i non specialisti, e di farlo con metodo e pacatezza, sui social media e sui blog, sui quotidiani e nei gruppi di discussione: nessuno è escluso dall’elaborazione di questo evento, delle sue cause e delle sue possibili soluzioni.

Giovanni Gugg

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