Shōgi: gli scacchi giapponesi

Il Giappone è conosciuto come il paese dalle mille tradizioni: ikebana, shōdō, cerimonia del tè, sono solo alcune delle più famose attività che i giapponesi hanno saputo tenere vive e molte di queste sono diventate molto popolari anche in Occidente.

Tra i giochi più antichi vi è lo shōgi, conosciuto come gli “scacchi giapponesi”, gioco dalle origini antiche e praticato a livello agonistico non solo da anziani come si potrebbe pensare, ma anche da tantissimi giovani, giapponesi e non.

Shōgi significa letteralmente “Gioco dei Generali”, il cui scopo è di porre sotto scacco (proprio come negli scacchi occidentali) il re avversario. Le sue origini sono da ricercare nel gioco cinese xiangqi (o scacchi cinesi) che sembra essere presente nel paese sin dal IV a. C.. Composto da una scacchiera da dieci colonne orizzontali e nove verticali, divisa al centro dal cosiddetto fiume, presenta 32 pezzi di vari tipi: Pedoni, Cannoni, Cavalli, Elefanti, Consiglieri e Torri.


 Entrambi i giochi però, sono preceduti dal chaturanga, medesimo gioco di origini indiane, ancora fortemente praticato e addirittura considerato l’antenato di quelli che saranno poi gli scacchi occidentali, importati in Europa dai Persiani durante il Medioevo. Il chaturanga è composto da quattro tipi di pezzi: Elefanti, Fanteria, Cocchi e Cavalleria.

Si ha testimonianza di alcune forme di shōgi già nel periodo Heian (794-1195) e viene perciò definito “Heian shōgi”, ma le informazioni arrivate sino a noi non hanno mai permesso di ricostruirne perfettamente le regole poiché alcuni pezzi della formazione attuale all’epoca non erano presenti.

È solo in seguito che lo shōgi inizia ad assumere connotazioni più moderne, con l’aggiunta di nuovi elementi (sino ad arrivare alla formazione e al numero odierno) e regole che nel periodo Muromachi (1333-1573) si affermano definitivamente.

Shogi, Go and Ban-Sugoroku (Japan)

Nel periodo Edo (1601-1868) lo shōgi diventa talmente importante da entrare nelle grazie dello shogunato, che era solito organizzare tornei nei propri palazzi. Viene così fondata la prima accademia gestita da monaci buddhisti, che si dimostrano grandissimi giocatori.

È solo nel 1924 che viene fondata la prima Accademia Giapponese a Tōkyō che oggi conta moltissimi membri di cui molti sono giocatori professionisti. Data l’importanza attribuita a questo gioco, il 17 Novembre venne istituita la “Giornata dello Shōgi”, e viene festeggiata tutti gli anni con grande entusiasmo.

Con il crescente interesse dell’Occidente nei confronti dello shōgi, sono moltissime le associazioni e i club che vengono fondati nel mondo. In Europa, ad esempio, sono presenti associazioni in Gran Bretagna, Svezia, Francia e Italia (con l’Associazione Italiana Shōgi), che vantano anch’essi giocatori di tutto rispetto a livello mondiale.

Lo shōgi si gioca su una scacchiera detta shōgiban, composta da nove colonne orizzontali e verticali. Ogni giocatore è dotato di 20 pezzi da far muovere: il Re, il pezzo più importante di tutti, i Generali Oro e Argento, Torri, Cavalli, Alfieri, Lance, e infine i Pedoni. I giocatori sono definiti “giocatore Bianco” e “giocatore Nero”, che muove per primo.

Man and Woman Playing Shogi. Suzuki Harunobu (mid-18th century)

Sebbene i pezzi abbiano tutti lo stesso colore, i giocatori riescono a distinguere i propri grazie agli ideogrammi incisi su di loro. Con l’avvento dell’Occidente in Giappone nella seconda metà del 1800 e il relativo interesse per questo formidabile gioco, i pezzi subirono delle modifiche con simboli più pratici poiché gli ideogrammi erano considerati troppo difficili da memorizzare. Tuttavia, i kanji a poco a poco divennero sempre più popolari, tanto che i giocatori stranieri preferirono comunque l’uso dei pezzi tradizionali al posto di quelli “internazionali”.

Una partita di shōgi in media può durare da trenta minuti a venti ore, in base ovviamente alla bravura dei due giocatori che, nei tornei, solitamente è molto alta. Una partita si può definire compromessa quando un Re è
minacciato dalla mossa dell’avversario (sotto scacco). Se il Re non ha nessuna possibilità di salvezza, viene dichiarato lo scacco matto con relativa vittoria e quindi fine della partita. Questo però non accade così spesso.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la fine della partita non avviene quando il Re viene catturato, ma quando il giocatore in difficoltà annuncia le sue “dimissioni” dalla partita. Con ciò ovviamente il Re non cade mai, ma semplicemente il giocatore annuncia la sua sconfitta in maniera ufficiale, frutto di quel senso di orgoglio tutto giapponese che non permette al nemico di catturare il proprio pezzo in maniera “diretta”. Ciò si differenzia dagli scacchi occidentali, in cui è importante catturare il Re.

Lo shōgi diventa molto famoso tra i giovani anche grazie ad anime e manga, seguiti assiduamente dai giovani e alcuni di questi anche molto apprezzati dalla critica. Tra i vari ricordiamo il popolarissimo “Un marzo da Leoni” di Chika Umino, che segue le avventure di un giovane ma solitario giocatore professionista di shōgi, che grazie al gioco riesce ad aprirsi sempre di più fino a maturare anche come persona. Altri riferimenti allo shōgi si possono trovare nel manga Naruto di Masashi Kishimoto, ambientato in un mondo ninja in cui alcuni personaggi sono soliti giocare appassionanti partite.

Insomma, che si abbiano dieci anni o novantanove, lo shōgi fa parte integrante della cultura giapponese da secoli, ed è riuscito persino a entrare nel cuore di molti appassionati occidentali come un “ponte” tra due culture così diverse, avvicinandole sempre di più.

Vittoria Aiello

 

Immagini:

  • Shogi game position (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Shogi_board_pieces_and_komadai.jpg);
  • https://commons.wikimedia.org/wiki/File:3_Brettspiele.jpg;
  • https://bit.ly/2SkyeiL.

 

Informazioni su Vittoria Aiello

Laureata in Lingue e Culture Orientali, il disegno e l'Asia sono le sue più grandi passioni. Lettrice instancabile, non perde mai l'occasione di scoprire e imparare cose nuove da altre culture.
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