Lo Studio Ghibli, una storia oltreconfine

È da circa cinquanta anni che in Italia gli anime giapponesi hanno cominciato a plasmare e influenzare le menti ed i cuori di migliaia di bambini e ragazzini. Chi non ricorda Jeeg Robot d’acciaio (Kōtetsu Jīgu), Lady Oscar (Berusaiyu no bara), Heidi (Arupusu no shōjo Haiji) e capolavori come Anna dai capelli rossi e Lupin?

Negli anni ’70 ha inizio la carriera sul grande schermo di un animatore, sceneggiatore e regista di alcune delle serie sopracitate, Miyazaki Hayao, uomo che ha dato risalto al cinema giapponese e che con i suoi film ha contribuito a creare quella che oggi è possibile definire come una tradizione di lungometraggi anime, centrale nella storia del cinema non solo nipponico, nonché nei teneri amarcord di gioventù di diverse generazioni.

Ecco che all’indomani dello sbarco dei film dello Studio Ghibli, creatura dello stesso Miyazaki, sulla piattaforma di streaming Netflix, si tenterà qui di scomporre in parti gli elementi che insieme contribuiscono al successo di capolavori candidati o vincitori di Oscar come La città incantata, 2001 (Sen to Chihiro no kamikakushi).

Hayao Miyazaki al Festival del cinema di Venezia nel 2008 (Fonte: Wikipedia)

Lo Studio Ghibli nacque il 15 giugno del 1985 dalla volontà di Miyazaki ed altri animatori quali Isao Takahata e Toshio Suzuki di realizzare in libertà film in grado di trasmettere una serie di messaggi positivi e, citando Miyazaki, di suggerire che tutto sommato è bello essere al mondo ed essere vivi, perché nonostante i film non siano sviluppati seguendo un paradigma prestabilito o precedentemente sperimentato, spesso atmosfere, temi e personaggi ricorrono in più di una pellicola.

Sin dal primo vero successo dello studio cinematografico, dal titolo Kiki Consegne a domicilio, 1989 (Majo no takkyūbin) , ci accorgiamo che tendenzialmente i protagonisti dei film sono bambini, fanciulli o adolescenti (tranne in Porco Rosso, 1992) che Miyazaki concepisce come “eredi della memoria storica delle generazioni precedenti” e definisce quella fase specifica della crescita come un momento in cui si è spensierati e protetti dai propri genitori, per cui, in film come La città incantata e Kiki consegne a domicilio  vengono analizzati in maniera latente ma intuitiva i temi della maturità e della crescita, del distaccamento da quella che fino al giorno prima era una percezione infantile del mondo e delle sue dinamiche, per arrivare alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e alla responsabilità, per esempio, di mettere in salvo qualcuno come fa Chihiro ne La città incantata, spezzando la maledizione che ha trasformato i suoi genitori in maiali.

Miyazaki ha tuttavia una visione pessimistica dell’infanzia al giorno d’oggi, in quanto ritiene che siano date ai bambini poche possibilità di contatto con la natura e che il loro tempo venga invece quasi completamente assorbito dai “mondi virtuali” a cui sono esposti dalla nascita; è sorprendentemente evidente però la volontà del regista di caricare le figure infantili e adolescenziali di una manifesta Joie de vivre piuttosto che di un certo cinismo, ricorrente invece nei protagonisti di età adulta come Yubaba, la maga Suliman o la Signorina Eboshi (Rispettivamente antagoniste in La città incantata, Il castello errante di Howl e Principessa Mononoke).

Ad ogni modo è bene mettere in chiaro che i personaggi negativi sono completamenti assenti come ne Il mio vicino Totoro e lo stesso Kiki consegne a domicilio, oppure, se sono presenti non si tratta mai di personaggi statici, completamente negativi o del tutto moralmente discutibili ma bensì presentano una caratterizzazione più complessa che li vuole dotati di una serie di sfumature più variegate.

Il principio di base è che “l’eroe” riesce a risolvere la controversia non perché ha distrutto “il male” quanto piuttosto è riuscito a sopravvivere ad esso.  La questione dell’importanza del contatto uomo-natura e la sua necessità, ci rimandano ad un altro tema ricorrente nei film dello Studio Ghibli rintracciabile talvolta fra le righe, come nella scena dello “spirito dal cattivo odore” in La città incantata, quando si presenta alla porta uno spirito che emana cattivo odore e che si scopre poi essere un Dio Fiume ridottosi in quello stato a causa dell’inquinamento; oppure in maniera eclatante come in Nausicaä della Valle del vento, 1984 (Kaze no tani no Naushika) e in Principessa Mononoke, 1997(Mononoke hime) in cui vediamo le forze della natura in rivolta nei confronti dell’oppressore, ovvero l’essere umano, che sviluppa le sue tecnologie e persegue i propri obiettivi (come la Signorina Eboshi)  senza alcun rispetto della natura e degli altri esseri viventi.

Unitamente alla questione ambientale si può notare nella maggior parte dei film che natura e spiritualità (forse un rimando al culto shintoista Giapponese) sono indissolubilmente collegati e complementari fra loro, nascono cioè dalla stessa foce diversificandosi, intraprendendo via via una serie di strade capillari che portano acqua al nucleo del racconto.

Una narrazione della natura quella di Miyazaki e dello studio Ghibli, che vede questa come un’entità a sé stante, con una volontà propria ed una serie di portavoce che possiamo identificare, in base ai film, in personaggi con natali divini o magici come per esempio il Dio dei Lupi, Moro, in Principessa Mononoke oppure il demone del fuoco Calcifer ne Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro) entrambi, figure se non principali comunque di supporto necessario affinché i protagonisti riescano ad arrivare all’obiettivo stabilito e seguano dunque il filo narrativo della vicenda passando spesso attraverso dubbi, piani strategici e momentanei cambi di rotta.

I temi e gli elementi che ritornano sovente risentono inevitabilmente del vissuto biografico del regista stesso. Si pensi al motivo del volo: la passione per le macchine volanti è eredità trasmessa a Miyazaki dal padre, ingegnere aeronautico e direttore della Miyazaki Airplane, difatti in film come Nausicaä della Valle del vento e soprattutto in Si Alza il vento, 2013 (Kaze tachinu) le atmosfere oniriche fanno da framework a quello che è il sogno di Jirō Horikoshi, ingegnere aeronautico che progetta i caccia Zero giapponesi diventati tristemente famosi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il film mette in scena una visione romanzata della vita di Horikoshi che qui viene rappresentato come il sognatore genuino attraverso gli occhi del quale il cielo viene attentamente scrutato e le cui aspirazioni si incarnano e vengono nutrite e guidate dalla figura del progettista Giovanni Battista Caproni, ingegnere e pioniere dell’aviazione italiano, il quale suggerisce al ragazzo che è bene progettare macchine volanti piuttosto che farle volare (rifr. Disprezzo per la guerra di Miyazaki):

Ma ricorda questo, ragazzo Giapponese… Gli aeroplani non sono strumenti per la guerra. Né per fare soldi. Gli aeroplani sono dei bellissimi sogni. Gli ingegneri trasformano i sogni in realtà

Lo stesso nome dello Studio “Ghibli” fa riferimento prima al nome di un vento caldo che soffia nel deserto e poi al soprannome del Caproni Ca.309, aereo della Regia Aeronautica d’Italia.

In conclusione nei film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli, ritroviamo trattati temi di un certo peso nonché fortemente attuali, circondati da un lieve clima di solennità senza però rinunciare all’immancabile entusiasmo giovanile e all’attenzione per il dettaglio nel disegno e nella caratterizzazione delle personalità di protagonisti e antagonisti, fermo restando che quelli sopra trattati non definiscono totalmente l’anima artistica di tutta la produzione cinematografica, ben più articolata di quanto ci si possa aspettare da dei film d’animazione.

Simona Cavucci

Immagini: Wikipedia.

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