Il Festival di Sanremo ai tempi del Coronavirus

«Sono trentaquattro anni che seguo Sanremo!!!»
«Cosa? Ma se ne hai giusto trentaquattro di anni»
«
Appunto, la responsabilità è tutta di mia, madre»
«
Ed è motivo di vanto? Ho pena per te»
«Una dolce pena tutto sommato»
«Ma Sanremo è trash, decadenza pura»
«Sanremo è sempre Sanremo e nemmeno il coronavirus può fermarlo»

 

È trascorso un mese ma in giro si respira ancora aria sanremese nonostante la “coronavirusfobia”. Da piccola, pensate, ero reticente agli sciroppi e alla suppostina di tachipirina, ma mia madre (sempre lei) mi distraeva coi dischi di Sanremo.

«Elisabè parla per te! Qua siamo tutti in quarantena e di Sanremo non c’è mai fregato una mazza!»
«Oh, fino a prova contraria da fine gennaio ad inizio Festival facevi il giustiziere portando alto l’hashtag #IONONGUARDOSANREMO per Junior Cally accusato di istigazione al femminicidio per un vecchio testo che alla fine gli ha permesso di spiegare i codici del rap al pubblico nazional-popolare. “No grazie” l’unico brano con un occhio alla politica»
«E quindi?»
«E quindi stavi sempre sul mio diario Facebook a commentare tutti i post relativi alle sue esibizioni e degli altri cantanti. Ammettilo, sei pazza di Sanremo come me, come tutti»
«Elì Sanremo è morto da anni. Sanremo è morto lo vuoi capire?»
«
Forse volevi dire è morto un certo tipo di Sanremo. Quello che di fatto ha rivoluzionato la televisione italiana. Perché in realtà Sanremo è stato rivoluzionario. Non ci hai mai pensato?»

Il Festival della Canzone Italiana è nato nel 1951. Un periodo storico fondamentale per l’Italia. Era da poco finita la seconda guerra mondiale e c’era un paese da ricostruire. I bombardamenti, le violenze di fascisti e nazisti avevano lasciato un’Italia ferita negli edifici e nell’animo dei suoi abitanti. Bisognava rinascere.

All’inizio la kermesse canora veniva trasmessa per radio. Era nata per aumentare il turismo nella città di Sanremo nella stagione morta, in quel mese di febbraio in cui nessuno andava in vacanza lì. Nella prima edizione solo tre cantanti si sfidarono. Hai letto bene. Solo tre. Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Ma le canzoni in gara erano tante. Ben venti. Grazie dei fiori di Nilla Pizzi fu la prima canzone vincitrice di un Festival che non venne accolto bene, che non suscitava interesse.

Dal 1955, poi, la rivoluzione. Per la prima volta appare in tv. Quella televisione che all’epoca in pochi avevano. Che era rigorosamente in bianco e nero. La stessa televisione che quando si inceppava dovevi invocare Hulk affinché con un sonoro pugno sopra l’apparecchio tornasse a farlo funzionare.

La quinta edizione del Festival? Una rivoluzione. La finale venne trasmessa in diretta radio e tv dal primo minuto. Claudio Villa vince con Buongiorno Tristezza.

“Non tutti avevano la televisione in casa”

Me lo diceva sempre mia madre e mi raccontava che da bambina doveva creare dei gruppi nel vicinato per poter vedere la Tv di quelli che “se la potevano permettere”. Ed ecco che allora ci si riuniva. Si andava dal vicino, portandosi dietro la sedia da casa. Perché seguire un intero Festival in piedi era un’impresa troppo ardua. Sanremo obbligava gli italiani a fissare uno strumento apparentemente che però faceva scatenare l’immaginazione. Si condivideva, si commentava quello che si vedeva e si ascoltava in televisione.

Un po’ quello che facciamo oggi sui social. Solo che nella maggior parte dei casi lo facciamo guardando programmi, reality, film o serie tv da soli, sul divano di casa nostra.

Io Sanremo l’ho sempre seguito, l’ho sempre ascoltato, l’ho sempre vissuto anche in famiglia, a scuola, in pizzeria, a volte organizzando le maratone con gli amici; fa parte di me, di noi inevitabilmente. Perché? Sanremo è Sanremo.

Chi dice di odiarlo si contraddice perché contribuisce a fare accrescere i numeri di audience che ogni anno aumentano. Per non parlare dei social dove si scatenano ad ogni edizione i migliori tuttologi, esperti musicologi (dell’ultima ora), cultori di estetica performativa, parolieri che Mogol e Panella in confronto chi caspita sono?  

Hai voglia a fare i negazionisti, Sanremo vi piacerà sempre!

I miei commenti di solito sono strettamente legati al live del Festival e resi pubblici su Twitter (che uso due volte l’anno esclusivamente per la competizione canora italiana più famosa della storia della musica e per l’Eurovision) ma questa volta farò un’eccezione.

«Elì, ma proprio in questo periodo di forti preoccupazioni, di quarantene obbligate, di esodi dalle zone rosse, di gruppi WhatsApp che sostituiscono i bollettini medici, di pagine social che “protezione civile scansati” ti metti a parlare di Sanremo, che è pure finito tra l’altro?»
«E certo!»

È finito e finirà anche il Covid-19, ma la musica, cari miei, quella resterà sempre, con buona pace dei virologi, non c’è cura per debellare l’arte dei suoni.

L’Italia ha vissuto periodi peggiori. Basti pensare agli anni di Piombo. Un periodo difficile e dove non si poteva essere leggeri. E infatti le edizioni successive di Sanremo sono state un vortice di cambiamenti che sono andati a modellare il Festival sempre di più alla società che mutava forma. E lo stesso è oggi. Canzoni sanremesi comprese. Che raccontano un mondo dove l’ottimismo è spesso calpestato da decisioni e politiche che non capiremo mai.

Con sta storia del virus stiamo perdendo di vista le cose fondamentali (si fa per dire) tipo Morgan e Bugo. Morgan che non vede Bugo e comunica alla D’Urso che il “maleducato” ha contratto il Covid-19.

Battuta infelice, ma questa è roba che viaggia da tempo sulla home di un Facebook che contiene bufale, complotti e tuttologi, ed è apparsa come una delle cose più divertenti. E più intelligenti di questo infausto periodo.

Perché se ci pensate un attimo, se tornate a febbraio, all’Italia pre covid-19, vi accorgerete che con Amadeus e Fiorello il coronavirus era scomparso, forse debellato. Se non dal pianeta quantomeno da ciò che sappiamo della Terra che ci ospita. Ed eravamo tutti contenti di commentare ogni santo secondo sui social.

Sono partita da Diodato che ha «Fatto rumore» con una canzone fra la classicità di Modugno e le tensioni creative dei Radiohead (e non sto esagerando). Proseguendo con Eugenio In Via Di Gioia con “Tsunami”, eliminati ingiustamente. Hanno senz’altro un futuro in ascesa e almeno si sono portati a casa il Premio della Critica “Mia Martini”. E che dire di Marco Sentieri e la sua “Billy Blu”? Di questi tempi dove l’e-learning dovrebbe regnare sovrano, molti docenti adotteranno probabilmente questo brano tra i vari progetti per la lotta contro il bullismo. Meritava senz’altro la vittoria. Poi è comparso un certo Fasma con un titolo che sembra quasi una disperata richiesta, “Per sentirmi vivo”. Una canzone tra le tante. Autotune protagonista e fastidioso. Fortuna che c’è stato Achille Lauro, altro che abiti e stilisti: il percorso estetico raccontato dal ventinovenne in quattro serate è stato spettacolare. Il brano “Me ne frego” assolutamente all’altezza di quel progetto.

E Tosca con “Ho amato tutto”? Io ho amato tutto di lei. E voi?

Però dato che ci siamo e che “non se n’è parlato per niente” vorrei dirvi di Bugo e Morgan.

Sono i vincitori di questo Festival non solo perché stilisticamente  “Sincero” è il miglior brano, ma perché Morgan è un genio. La squalifica dal Festival fa rientrare il pezzo nella storia della canzone italiana. Quella della quarta serata sarà ricordata come la performance che ci ha insegnato per il futuro a scegliere per bene i propri partner di gara (vedi la performance di Bugo del giovedì).

Ciò che importa è che l’intero carrozzone sanremese abbia distratto un Paese tranquillizzandolo. Col senno di poi, è stata una buona cosa.

Oggi siamo l’Italia del coronavirus, della minaccia concreta. Certo è sciocco sminuire Covid-19 parlando di innocua influenza se la scienza è pronta a mettere in quarantena zone mastodontiche, pur di contenerlo. Non sarà catastrofico, non sarà eccessivamente letale – ma poi cosa vuol dire eccessivamente letale? – ma va monitorato.

Ma ricordiamoci che siamo anche l’Italia del bel canto, unita con le patatine davanti alla Tv ad ascoltare e guardare le meraviglie del nostro amato paese. Siamo l’#iorestoacasa l’incoraggiamento dei nostri beniamini musicali preferiti, ma siamo anche l’#iononmiarrendo e l’#ionopanic.

Sanremo è sempre Sanremo.

E rimarrà così per sempre. Gli auguriamo altri 100 di questi anni di spettacolo televisivo. Come negli anni Cinquanta, anche oggi l’Italia avrebbe bisogno di tanto ottimismo, di un po’ di leggerezza e di una sana dose di spensieratezza.

Pertanto come dice la canzone “Sincero” di Morgan-Bugo:

« ascolta la musica dei cantautori | fatti un tattoo, esprimi opinioni | e anche se affoghi rispondi sempre | “Tutto alla grande” »


Elisabetta Salatino

 

 

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