Passato prossimo del Nuovo teatro musicale

Alcune produzioni sono destinate a trovare riconoscenza solo in determinati ambiti, idealmente compartecipi di quello sforzo, mancando inevitabilmente l’appuntamento con il grande pubblico: in tempi recenti anche la morte di un accreditato compositore italiano (ndr, Sylvano Bussotti) ha sollevato malumori di tal sorta, dedicati stavolta al silenzio della stampa nazionale generalista. Si tratterebbe allora di un caso molto particolare se la produzione di e la riflessione su la musica contemporanea non godessero ancora di questo particolare privilegio, schiacciata come sembra (la musica contemporanea) tra lo specialismo degli addetti ai lavori e le sfumature del suo pubblico di riferimento. Eppure, non si placano i sospetti né si esauriscono le contraddizioni: la radice di questo confronto risiederebbe allora in un rapporto implicito da maturare a distanza con la tradizione, spesso ferma alle avanguardie europee di primo novecento, per impostare con rigore il polso del contemporaneo ai nostri giorni – nonostante la distanza secolare.

Nuovo teatro musicale fra Roma e Palermo (1961-1973), ultima corposa pubblicazione del professor Alessandro Mastropietro, permette di bilanciare i rapporti maturati tra una particolare generazione di artisti e una certa geografia compositiva opportunamente periodizzata dall’autore in decenni pressoché vicini alla memoria solo di alcune particolari generazioni, decisamente lontani dall’orizzonte contemporaneo delle produzioni artistiche per spirito e tutela dell’operato. Progettata e realizzata tanto dall’associazione Nuova Consonanza con il contributo del Mibact, quanto dal Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli studi di Catania, la seconda edizione riveduta e ampliata di questo testo è stata rimessa in commercio dalla casa editrice LIM nel 2020, a tre anni dalla pubblicazione della prima edizione, per un lavoro la cui gestazione può dirsi largamente diacronica, di lunga durata effettiva, trattandosi della personale maturazione di un discorso avviato dal curatore già al tempo anni della sua brillante formazione musicale e accademica. In buona sostanza, questo dato è confermato dalla quantità di riferimenti (spesso in nota) che anticipano ulteriori pubblicazioni, oppure riprendono passaggi di un percorso costantemente aggiornato: un dato da ascrivere formalmente alla febbrile pratica della ricerca, sospesa su temi ricorsivi in sintonia con lo scorrere del proprio tempo.

Venendo al formato, la casa editrice insiste su un modulo grafico cui sembra aver destinato le pubblicazioni riguardanti l’ambito della musica contemporanea quale ritrovo tanto delle tecniche compositive quanto delle pratiche improvvisative: prima delle quasi 750 pagine con numerazione araba, interventi preliminari di Lucio Gregoretti (presidente dell’associazione) e Marcello Panni, in qualità di testimone diretto, definiscono quelle pagine segnate dalla numerazione romana, ritornando sul valore di tale proposta quale documentazione minuziosa ed esaustiva di anni particolarmente probanti sotto il profilo sociale e compositivo; si chiude con la premessa dell’autore quale testimone, in terza persona, del suo stesso percorso per una sorta di anteprima alla lettura. Prima di riprendere, si badi opportunamente al titolo, di per sé estremamente conciso, al fine di rintracciare nel ‘nuovo’ la radice di una differenza da poter leggere più efficacemente se rapportata ai precedenti del teatro musicale, provocando il lettore sullo sconfinamento dello spazio scenico in funzione dell’azione performativa.

Tra Roma e Palermo, dunque. Può suonare poco familiare questa tratta sui binari della musica contemporanea a chi abbia impostato precocemente la frequenza dei suoi scambi su quanto di stanza tra Milano (sponda Studio di Fonologia) e Venezia (sponda Biennale): a dire il vero, se il capoluogo siciliano aveva ospitato già nel 1949 uno dei festival annuali della SIMC (società internazionale per la musica contemporanea), Roma stessa andava caratterizzandosi come laboratorio a cielo aperto per pratiche artistiche non specializzate – anche in virtù della sua crescente turistificazione culturale. Prima di proseguire e a guisa di demarcazione storica, valga la pena calare il sipario almeno sulle olimpiadi del 1960, per permettere un minimo intervallo tra un certo modo di intendere la tradizione e la stessa percezione di quella stessa tradizione mediata come sarà dalla febbrile crescita economica della società di massa.

Il piano dell’opera è ben delineato proprio dalla scansione stessa del sommario, la cui prima pagina dispone il quadro storico-metodologico di riferimento: impostata di partenza una teatrografia su scala sinottica per gli anni considerati, i primi tre capitoli permettono al lettore poco avvezzo, ma interessato, di ricostruire en passant (circa 200 pagine) situazione e prospettive estetico-compositive di un ‘nuovo teatro musicale’, prima e dopo il 1960 così da guadagnare una disposizione più inclusiva in vista dei contenuti proposti poco di seguito proprio in relazione alla condizione particolare dell’interdisciplinarità: oltre gli statuti tradizionali delle arti. Questo secondo capitolo permette ulteriormente di saggiare il metodo di inchiesta sulle fonti portato in avanti dall’autore, derivando altresì alcuni motivi di fondo della sua impostazione, come riposa già nelle scelte di affidarsi ad una sostanziale digressione su Goffredo Petrassi e Luigi Rognoni, due figure musicali catalizzatrici, riservando loro uno spazio corrispondente alla particolare incisività sul territorio della loro lezione. In questo senso, tale capitolo si presenta il più entusiasmante anche per il portato dei suoi contenuti, intrecciati come sono tra la sperimentazione teatrale e la performance artistica, la cinematografia e la video-arte: conservando una rigorosa impostazione storica, lo scenario artistico considerato si mostra decisamente ampio e permette di impostare questo confronto su scala ridotta in direzione di una riconosciuta valenza internazionale. A questo punto, prima di muovere verso la composizione della classe di compositori da poter mettere in campo, l’autore si propone per il terzo capitolo di dare conto delle organizzazioni e delle manifestazioni operanti così da segnalare anche il proporsi di queste attività come stagionali, comunque il meno estemporanee possibile, in virtù della loro fragilità pubblica. Una corrispondenza biunivoca sembra allora collegare da un lato Palermo alle Settimane Internazionali Nuova Musica in collaborazione con l’università, dall’altro Nuova Consonanza e i suoi festival alla variegata programmazione musicale della città di Roma; chiude questa parte – da salutare a mo’ di  premessa metodologica – l’attenzione rivolta ai gruppi esecutivi dedicati al ‘nuovo teatro musicale’ (CTRM e il gruppo Teatromusica tra i gruppi organizzati) così da evidenziare, sempre a corredo di una documentazione opportunamente rielaborata, la formulazione di determinate condizioni e contesti operativi la cui geografia si estende oltre Roma e Palermo.

Dopo tale ampia ricostruzione, Mastropietro schiera la sua formazione ideale: sono convocati in ventidue, tutti compositori (uomini) e sarebbe controproducente riportarli tutti. Andare oltre la mole numerica permette di impostare più cautamente le fila di un discorso ampiamente musicologico: in questo senso, la documentazione osservata tra i diversi archivi, anche personali, passati al setaccio dell’autore offre l’occasione di rimettere in sesto l’elaborazione di opere destinate a lasciare poco spazio nella nostra memoria se non in quanto lettori laddove possiamo lamentare l’impossibilità di esserne testimoni, anche nel tempo.  Di ogni autore viene riferito il portato unico rivolto alla dimensione particolare del teatro musicale, riconoscendo l’estrema vivacità di una generazione di compositori nel confrontarsi con una tradizione nazionale da riscattare nella sua genesi contemporanea: basterebbe tenere presente ruolo assegnato alla vocalità, in alcuni casi assenti (come in Evangelisti), per riscattare il destino del teatro musicale dalla stessa tradizione cui sembra ancora confinato. Leggere di questa così acuta ricostruzione fa riflettere sulla difficile tutela di questi repertori laddove, dagli anni ’70 in poi, una certa preoccupazione nei riguardi della novità ha evitato il confronto con quanto ritenuto nuovo nel decennio appena precedente.

Evitando appositamente una sintesi dei contenuti occorsi alla lettura, risulta in conclusione decisivo assegnare a questo testo una particolare funzione nel consegnare a chiunque interessato di arti contemporanee (in Italia) secondo una prospettiva comparata (arte, teatro e musica) uno spaccato ricomposto a dovere per una vicenda umana il cui grado di maturazione artistica meriterebbe di essere riguadagnato a distanza di (quasi) cinquant’anni.

Archivio minimo

https://www.raicultura.it/tags/peresempionuovaconsonanza (e correlati)

https://www.youtube.com/watch?v=LsJep4-DF1o

http://www.cidim.it:8080/dwnld/bwblb/pdf/345270/Quaderno3.pdf

Antonio Mastrogiacomo

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