Call Volume 8, n. 1, 2021

Filosofi(e)Semiotiche, Vol. 8, n. 1 (Luglio 2021)

Call for Papers

La cancellazione semiotica: sulla logica delle culture

Editor: Anna Maria Lorusso (Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, Università di Bologna)

Scadenza presentazione contributi: 20 giugno 2021;

Notifica approvazione contributi: 10 luglio 2021;

Pubblicazione: 30 luglio 2021;

I contributi dovranno essere inviati all’indirizzo e-mail filosofiesemiotiche.ilsileno@gmail.com.

Come noto, la II parte del Trattato di semiotica generale è dedicata ai “modi di produzione segnica”, differenziati anzitutto in funzione del lavoro richiesto sul piano dell’espressione: riconoscimento, ostensione, replica e invenzione.

Ma può questo tipo di lavoro essere funzionale anche a una distruzione segnica (come già ha discusso Francesco Mazzucchelli in un articolo di riferimento per questo CfP, in  Versus n.124, 1/2017), restando nell’alveo del lavoro semiotico ? Un’ostensione “strategica” può essere pensata a copertura di qualcosa che non si vuole far vedere, la stilizzazione può essere una semplificazione che tralascia volutamente segni importanti, gli stimoli programmati possono essere volti intenzionalmente e sistematicamente in una direzione “negazionista” (per usare un termine fin troppo di moda oggi), etc..

Non si tratta solo del fatto che ogni segno può essere usato per mentire (e dunque può piegare, nascondere, tradire qualcosa), ma del fatto che un segno può essere programmaticamente prodotto per cancellare un’unità culturale già data (non semplicemente, dunque, per “dire altro” rispetto a unità culturali già date, ma per “dire al posto di” un’unità già elaborata, con un intento sostitutivo o narcotizzante). Rientrano in questo ambito tutte le pratiche di censura (dal cinema al politically correct), di epurazione linguistica (come ha fatto il fascismo con l’italianizzazione del lessico, nomi propri compresi), di iconoclastia (dal mondo bizantino del 700 d.c. alla cancel culture di oggi).

Obiettivo di questo volume è dunque riflettere su tali pratiche di cancellazione culturale (in ambito artistico e non) interrogandoci non solo sulle tipologie di forme che tali pratiche possono assumere (come ha fatto appunto Mazzucchelli nell’articolo citato), né solo sulle strategie retoriche che più le caratterizzano, ma  – in un’ottica più culturologica ed enciclopedica – anche sulle dinamiche di compatibilità/incompatibilità che esse esprimono (nel senso in cui Lotman parla delle semiosfere come dispositivi di filtraggio – attraverso i propri confini – dell’accettabile). Le operazioni di cancellazione semiotica sono, di fatto, informate da una “percezione di incompatibilità” rispetto al proprio universo culturale – incompatibilità che può essere narrativa (un certo evento non può stare “dentro la storia” collettiva dominante), linguistica (una certa espressione risulta disturbante per una definita comunità linguistica), retorica (in una certa cultura, la satira può essere inaccettabile) etc. Rispetto a tale incompatibilità, la semiosfera può reagire con l’espulsione, la negazione, l’adattamento… tutte forme graduate di ciò che qui chiamiamo “cancellazione semiotica”.

In che modo, dunque, va ripensata la categoria di “enciclopedia” alla luce di questa costitutiva possibilità della semiosi? Si è spesso detto che, semioticamente, la cancellazione segnica non può esistere, perché ogni cancellazione avverrebbe comunque attraverso la produzione di altri segni; ma in che modo ciò che è cancellato resta parte dell’enciclopedia? Una cosa è dire che la semiosi va avanti; altra cosa dire che nulla si cancella. Bastano le modalità semiotiche di virtualizzazione, potenzializzazione, attualizzazione, a spiegare i livelli di presenza dei testi nella cultura? O non c’è forse una diacronia che rende effettivamente possibile la cancellazione?  Quando ogni testimone di un certo episodio coloniale fosse ad esempio sparito, e decenni di politiche di Stato avessero cancellato le tracce di quell’episodio, potremmo davvero pensare che quell’episodio continui a esistere?

Sullo sfondo di questi problemi – fra i due poli della produzione di oblio e della impossibilità dell’oblio – c’è naturalmente anche tutto il problema del cosiddetto “diritto all’oblio” che internet solleva: in che modo si può garantire una “sparizione”? E’ un processo così precisamente controllabile?

Si tratta di riflettere anche sul tipo di lettore modello che le pratiche di cancellazione segnica prevedono.  Le strategie testuali di cancellazione  come costruiscono la consapevolezza del lettore modello? Forse in alcuni casi è bene che il lettore modello sia inconsapevole dell’azione di cancellazione (impedisco la circolazione di un film e auspico che nessuno sia consapevole di questa “sottrazione”, concentrato piuttosto su quanto ha “a disposizione”) ma in altri la consapevolezza della violenza della cancellazione è cruciale (come nella cancel culture attuale).

È evidente che le pratiche di cancellazione segnica più ancora di altre pratiche rivelano le dipendenze interne degli universi culturali, riflettendo autorizzazioni e negoziazioni tutt’altro che unidirezionali. Per questo una riflessione sulle pratiche di cancellazione non può che essere una riflessione sugli abiti di una cultura: quelli ad quem (che le pratiche obliterative  mirano a costituire)  e quelli a quo (che in qualche modo motivano la pratica di cancellazione). Perfino la pratica di cancellazione di tracce più individuale e soggettiva che si possa concepire (come quella dell’assassino che volesse far sparire i segni del proprio delitto) acquisisce senso solo in una dimensione intersoggettiva e pubblica, e si regolerà nella sua azione strategica di cancellazione su pattern interpretativi e pragmatici di “buon senso”, condivisi e stabili. Tanto più nelle pratiche di cancellazione a vocazione esplicitamente culturale (dai roghi dell’Inquisizione alla cancel culture attuale) questa dimensione sociale, collettiva, condivisa, enciclopedica, sarà cruciale. Al punto che – viene da ipotizzare  – la cancellazione riuscita sarà quella che “corrisponde” in qualche modo agli abiti di una cultura, che cioè in qualche modo da essa è autorizzata.

Innumerevoli gli ambiti di possibile riflessione:

  • le forme monumentali della memoria pubblica;
  • le riscritture della storia ufficiale;
  • le pratiche censorie nelle arti;
  • le forme di intervento linguistico sui vocabolari e sugli usi linguistici (dalle nazionalizzazioni a tutti gli altri tipi di standardizzazione linguistica o intervento correttivo, incluse le politiche gender oriented);
  • le “normalizzazioni” traduttive (sia nella letteratura che nel cinema o negli audiovisivi in generale);
  • le “passioni della cancellazione” (vergogna, colpa, imbarazzo, nostalgia…ovvero configurazioni patemiche che più di altre predispongono i soggetti alla cancellazione segnica).

Filosofi(e)Semiotiche, Vol. 8, n. 1 (July 2021)

Call for Papers

The semiotic erasure: on the logic of cultures

Editor: Anna Maria Lorusso (Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, Università di Bologna)

Submission Deadline: June 20, 2021;

Notification of acceptance: July 10, 2021;

Publication date: July 30, 2021;

Contributions must be sent to the e-mail address filosofiesemiotiche.ilsileno@gmail.com.

As is well known, a part of Theory of Semiotics by Umberto Eco is dedicated to “theory of sign production”, articulated first of all according to the work required at the level of expression: recognition, ostension, replica and invention.

But can this kind of work also be functional to a sign destruction (as already discussed by Francesco Mazzucchelli in a reference article for this CfP, in Versus n.124, 1/2017), remaining within the scope of semiotic work? A “strategic” ostension can be thought of as a cover for something that one does not want to show, a case of stylization can be a simplification that deliberately leaves out important signs, some programmed stimuli can be intentionally and systematically aimed at the “denialism” of something (to use a term all too fashionable today..), etc..

It is not only a matter of the fact that every sign can be used to lie (and therefore can bend, hide, betray something), but of the fact that a sign can be programmatically produced to erase a pre-existing cultural unit (not simply, therefore, to “say something else” with respect to cultural units already given, but to “say instead of” a unit already elaborated, with a substitutive or narcotizing intent). This includes all the practices of censorship (from cinema to political correctness), of linguistic purging (as fascism did with the Italianization of the lexicon, including proper names), of iconoclasm (from the Byzantine world of 700 A.D. to today’s cancel culture).

The aim of this volume is therefore to reflect on these practices of cultural erasure (in the artistic sphere and elsewhere), questioning not only the types of forms that such practices can take (as Mazzucchelli did in the article cited above), nor only the rhetorical strategies that most characterize them, but – from a more culturological and encyclopedic point of view – also the dynamics of compatibility/incompatibility that they express (in the sense in which Lotman speaks of semiospheres as devices for filtering – through their own boundaries – the acceptable). The operations of semiotic deletion are, in fact, informed by a “perception of incompatibility” with respect to one’s own cultural universe – an incompatibility that can be narrative (a certain event cannot be “within the dominant collective history”), linguistic (a certain expression is disturbing for a defined linguistic community), rhetorical (in a certain culture, satire can be unacceptable), etc.. With respect to such incompatibility, the semiosphere can react with expulsion, negation, adaptation… all graduated forms of what we call here “semiotic erasure”.

How, then, should Eco’s category of “encyclopedia” be rethought in the light of this constitutive possibility of semiosis? It has often been said that, semiotically, sign cancellation cannot exist, because any cancellation would still occur through the production of other signs; but how does what is cancelled remain part of the encyclopedia? It is one thing to say that semiosis goes on; it is quite another to say that nothing is erased. Are the semiotic modes of virtualization, potentialization, actualization enough to explain the “levels of presence” of texts in culture? Or is there not a diachrony that actually makes erasure possible?  When every witness of a certain colonial episode would have disappeared, for example, and decades of state and public policies would have erased the traces of that episode, could we really think that that episode continues to exist?

In the background of these problems – between the two poles of the production of oblivion and the impossibility of oblivion – there is of course also the whole problem of the so-called “right to be forgotten” that the Internet raises: how can a “disappearance” be guaranteed? Is this process so precisely controllable?

It also involves reflecting on the kind of model reader (another of Eco’s categories) that sign erasure practices predict.  How do textual strategies of erasure construct the awareness of the model reader? Perhaps in some cases it is good for the model reader to be unaware of the action of erasure (I prevent the circulation of a film and hope that no one is aware of this “subtraction,” focused rather on what they have “at their disposal”) but in others awareness of the violence of erasure is crucial (as in current erasure culture).

It is evident that the practices of sign erasure, even more than other practices, reveal the internal dependencies of cultural universes, reflecting authorizations and negotiations that are anything but unidirectional. For this reason, a reflection on erasure practices can only be a reflection on the habits of a culture: those ad quem (that obliterative practices aim to constitute) and those a quo (that somehow motivate the practice of erasure). Even the most individual and subjective practice of trace erasure that can be conceived (such as that of the murderer who wanted to make the signs of his crime disappear) acquires meaning only in an intersubjective and public dimension, and will be regulated in its strategic action of erasure on interpretative and pragmatic patterns of “common sense”, shared and stable. All the more so in the practices of erasure with an explicitly cultural vocation (from the Inquisition’s pyres to the current cancel culture) this social, collective, shared, encyclopedic dimension will be crucial. To the point that – we can hypothesize – the successful erasure will be the one that “corresponds” in some way to the habits of a culture, that is, in some way it is authorized by that culture.

There are several areas of possible reflection:

  • the monumental forms of public memory;
  • the rewriting of official history;
  • censorship practices in the arts;
  • forms of linguistic intervention in vocabularies and linguistic usage (from nationalizations to all other types of linguistic standardization or corrective intervention, including gender-oriented policies);
  • forms of “domesticating translation” (whether in literature, cinema or audiovisual media in general);
  • the “passions of erasure” (shame, guilt, embarrassment, nostalgia…that is, pathemic configurations that more than others predispose subjects to sign erasure).

Filosofi(e)Semiotiche, Vol. 8, n. 1 (Juillet 2021)

Appel à communications

L’effacement sémiotique : sur la logique des cultures

Editor: Anna Maria Lorusso (Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, Università di Bologna)

Date d’échéance de présentation des contributions : 20 Juin 2021;

Notification d’approbation : 10 Juillet 2021;

Publication : 30 Juillet 2021;

Les contributions doivent être envoyées à l’adresse e-mail filosofiesemiotiche.ilsileno@gmail.com.

Comme chacun sait, la seconde partie du Trattato semiotico generale est consacrée aux “modes de production du signe”, différenciés tout d’abord en fonction du travail nécessaire sur le plan de l’expression : identification, ostension, réplique et invention.

Mais ce type de travail peut-il servir d’outil pour une destruction du signe (comme l’a déjà démontré Francesco Mazzucchelli dans un article pertinent pour cet appel à contribution, dans Versus n.124, 1/2017), tout en restant dans l’alvéole du travail sémiotique ? Une ostension “stratéqique” peut être conçue pour cacher quelque chose que l’on ne veut pas faire voir, la stylisation peut être une simplification qui néglige volontairement des signes importants, les stimuli programmés peuvent être réalisés intentionnellement et systématiquement dans un sens “négationniste” (pour utiliser un terme en vogue aujourd’hui), etc…

Il ne s’agit pas seulement du fait que tout signe peut être utilisé pour mentir (et peut donc pour plier, cacher, trahir quelque chose), mais du fait qu’un signe peut être produit de façon programmatique pour effacer une unité culturelle déjà donnée (donc, non pas simplement pour “dire autre chose” par rapport à d’autres unités culturelles déjà fournies, mais pour “dire au lieu de” une unité déjà élaborée, avec une intention narcotique ou de substitution). Toutes les pratiques de censure (du cinéma au politiquement correct), d’épuration linguistique (ainsi que l’a fait le fascisme avec l’italianisation du lexique, y compris les noms propres), d’iconoclasme (du monde byzantin de l’an 700 ap. J.-C. à la cancel culture d’aujourd’hui) s’inscrivent dans ce cadre.

L’objectif de ce numéro de la revue est de réfléchir sur ces pratiques d’effacement culturel (dans le milieu artistique et pas uniquement) en nous interrogeant non seulement sur les typologies de formes que ces pratiques peuvent prendre (comme l’a fait précisément Mazzucchelli dans l’article cité), ni seulement sur les stratégies rhétoriques qui les caractérisent le plus, mais – dans une perspective plus culturologique et encyclopédique – aussi sur la dynamique de compatibilité/incompatibilité qu’elles expriment (dans ce sens où Lotman parle des sémiosphères comme dispositifs de filtrage – à travers leurs propres limites – de l’acceptable). Les opérations d’effacement sémiotique sont, en fait, averties par une “perception d’incompatibilité” par rapport à leur univers culturel – incompatibilité qui peut être narrative (un certain évènement ne peut pas se trouver “dans l’histoire” collective dominante), linguistique (une certaine expression peut déranger une communauté linguistique définie), rhétorique (dans une certaine culture, la satire peut être inacceptable) etc… Par rapport à une telle incompatibilité, la sémiosphère peut réagir avec l’expulsion, la négation, l’adaptation… celles-ci sont toutes des formes graduées de ce que nous appelons “effacement sémiotique”.

De quelle façon faut-il donc repenser la catégorie d’”encyclopédie” à la lumière de cette possibilité constitutive de la sémiologie ? On a souvent dit que, sémiotiquement, l’effacement du signe ne peut exister, car tout effacement a toutefois lieu à travers la production d’autres signes ; mais de quelle manière ce qui a été effacé peut faire encore partie de l’encyclopédie ? C’est une chose de dire que la sémiotique a encore lieu, cela en est une autre de dire que rien n’est effacé. Les modalités sémiotiques de virtualisation, potentialisation, actualisation sont-elles suffisantes pour expliquer les niveaux de présence des textes dans la culture ? Ou bien n’y a-t-il pas une diachronie qui rend effectivement possible cet effacement ? Si, par exemple, tous les témoins d’un certain épisode colonial avaient disparu, et des décennies de politiques d’État avaient effacé toute trace de cet épisode, pourrions-nous vraiment penser que ce même épisode existe encore ?

Dans cette perspective – entre les deux pôles de production de l’oubli et de l’impossibilité de l’oubli – il y a naturellement aussi tout le problème du soi-disant “droit à l’oubli” que soulève Internet : de quelle façon peut-on garantir une “disparition” ? Est-ce un processus aussi précisément contrôlable.

Il s’agit aussi de réfléchir sur le type de lecteur modèle que les pratiques d’effacement sémiotique prévoient. Comment les stratégies textuelles d’effacement construisent-elles la conscience du lecteur modèle ? Dans certains cas il convient peut-être que le lecteur modèle ne soit pas conscient de l’action d’effacement (j’empêche la circulation d’un film et j’espère que personne ne s’apercevra de cette “soustraction”, le récepteur étant plutôt concentré sur ce qu’il a “à disposition”), mais dans d’autres cas la conscience de la violence de l’effacement est cruciale (comme dans le cas de la cancel culture actuelle).

Il est évident que les pratiques d’effacement du signe révèlent, plus encore que d’autres pratiques, les dépendances internes des univers culturels, tout en reflétant des autorisations et des négations bien loin d’être unidirectionnelles. C’est pour cela qu’une réflexion sur les pratiques d’effacement ne peut être qu’une réflexion sur les habitudes d’une culture : les habitudes ad quem (que les pratiques d’annulation visent à créer) et les habitudes a quo (qui justifient en quelque sorte la pratique de l’effacement). Même la pratique d’effacement de traces plus individuelle et subjective que l’on puisse concevoir (comme celle de l’assassin qui veut faire disparaitre les signes de son crime) acquiert un sens uniquement dans une dimension intersubjective et publique, et elle agira dans son action stratégique d’effacement selon des modèles interprétatifs et pragmatiques de “bon sens”, partagés et établis. Cette dimension sociale, collective, partagée, encyclopédique, sera cruciale d’autant plus dans les pratiques d’effacement à vocation explicitement culturelle (des bûchers de la Sainte inquisition à la cancel culture actuelle). Au point que – l’on peut supposer – l’effacement réussi sera celui qui correspond d’une certaine façon aux habitudes d’une culture, c’est-à-dire de ce qui est autorisé par cette dernière.

Nombreux sont les champs possibles de réflexion :

  • Les formes monumentales de la mémoire publique.
  • Les réécritures de l’histoire officielle.
  • Les pratiques de censure dans les arts.
  • Les formes d’intervention linguistique sur les dictionnaires et sur les usages linguistiques (des nationalisations à tous les autres types de standardisation linguistique ou d’intervention corrective, y compris les politiques gender oriented).
  • Les “normalisations” traductives (aussi bien dans la littérature que dans le cinéma ou dans l’audiovisuel en général).
  • Les “passions de l’effacement” (honte, culpabilité, gêne, nostalgie… voire des configurations pathémiques qui, plus que d’autres, prédisposent les sujets à l’effacement sémiotique).

 

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