2024 Vol 11, n. 1

Call for Papers

I processi comunicativi pubblici e le forme dell’odio discorsivo

Editor:

Orlando Paris (Dipartimento di Studi Umanistici, Università per Stranieri di Siena);

Scadenza presentazione contributi: 30 giugno 2024;

Notifica approvazione contributi: 15 luglio 2024;

Pubblicazione: 30 luglio 2024;

I contributi dovranno essere inviati agli indirizzi e-mail: filosofiesemiotiche@gmail.com e paris@unistrasi.it

Le discipline filosofiche si sono interrogate in diversi momenti della loro storia e con diversi approcci metodologici sulle categorie concettuali di “odio” e “violenza”, in molte occasioni lo hanno fatto a partire dalle istanze che la contemporaneità di volta in volta ha posto. Una delle declinazioni più attuali di questo filone di ricerca vede impegnate le discipline filosofico-linguistiche nel misurarsi con l’odio discorsivo e la violenza verbale. Anche in questo caso la necessità di guardare a questi fenomeni con occhio e metodologia scientifica è emersa a causa della rilevanza che queste dinamiche discorsive hanno assunto nel mondo contemporaneo. Di fatto i discorsi d’odio sembrano essere diventati un vero e proprio fenomeno sociale in grado di mettere in crisi la dialettica pubblica e, di conseguenza, la vita democratica di un intero Paese: discorsi razzisti, denigratori, intolleranti che fino a poco tempo fa sarebbero stati stigmatizzati pubblicamente, vengono oggi socialmente accettati e trovano una diffusione che non si fatica a definire virale. Una dinamica discorsiva questa, che si manifesta in tutta la sua forza quando anche le Istituzioni che dovrebbero garantire una dialettica pubblica sana diventano, al contrario, esse stesse fonte di regimi discorsivi d’odio: non è raro vedere discorsi d’odio e denigratori utilizzati come strumento di ricerca del consenso durante le campagne elettorali, ma anche come strumenti di gestione del consenso da parte dei governi. Solamente nel 2015 il rapporto della Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), un organismo del Consiglio d’Europa, sottolineava proprio come l’aumento dei discorsi dell’odio online fosse una delle tendenze più preoccupanti di quell’anno. Dal 2015 ad oggi i campanelli dall’arme delle istituzioni europee si sono intensificati, così come questo fenomeno è cresciuto di intensità.

Negli Stati Uniti – dove il termine hate speech nasce in primis come categoria politico-sociale e giuridica (Ziccardi, 2016, 2019) – si è affermato ormai dalla fine degli anni Novanta un vero e proprio campo interdisciplinare di studi, gli hate studies[1]: un ambito che riunisce studiosi, ricercatori, professionisti, leader dei diritti umani e responsabili delle ONG. All’interno di questo spazio di ricerca le discipline filosofico-linguistiche rappresentano un importante e affermato filone di studi che, per analizzare l’odio discorsivo, ha introdotto le più disparate strategie teoriche e ha scandagliato diversi contesti comunicativi. In ambito italiano, ormai da diversi anni, filosofi del linguaggio, linguisti e semiologi si stanno confrontando sul tema dell’odio discorsivo con approcci metodologici differenti ma dialoganti, arrivando molto spesso ad esiti diversi, ma coerenti tra loro o almeno con ampie aree di condivisione. Ci sono approcci che analizzano l’odio partendo dalla dimensione lessicale della lingua (De Mauro, 2016); altri si soffermano sulle specifiche strutture narrative sottostanti l’odio (Ferrini e Paris, 2019); ci sono lavori che applicano all’odio il quadro teorico degli atti linguistici proposto da Austin (1962) (Bianchi, 2021); altri che si concentrano sulla nozione di “pratica verbale” (Piazza, 2019); lavori che analizzano la dimensione enunciativa della violenza discorsiva (Petrilli, 2020a, 2020b) e altri ancora che lavorano sulle implicature e le presupposizioni (Lombardi Vallauri, 2019) (Cepollaro, 2015, 2020). Insomma, il panorama degli studi filosofici-linguistici sull’odio discorsivo in Italia è giovane, ma estremamente ricco e interessante.

Con questo numero monografico di “Filosofi(e)Semiotiche” dal titolo “I processi comunicativi pubblici e le forme dell’odio discorsivo” si vuole – prima di tutto – fare un bilancio degli studi italiani e internazionali sull’odio discorsivo, partendo dai problemi di definizione filosofico-linguistica del fenomeno e ripercorrendo gli approcci teorici e l’evoluzione del quadro metodologico con cui è stato studiato. Inoltre, si vogliono sviluppare alcuni settori della ricerca empirica che sono di particolare attualità e tornano a interrogare la teoria, a partire dal rinnovato rapporto del discorso d’odio con la propaganda di guerra. La “costruzione” del nemico è un processo connaturato alle guerre di ieri come a quelle di oggi e un tema di ricerca rilavante è se nel XXI secolo la propaganda di guerra ripeta o modifichi i meccanismi dell’odio discorsivo già sperimentati in passato. Si pone la necessità, quindi, di approfondire le attuali caratterizzazioni dei discorsi d’odio in un contesto geopolitico contraddistinto da conflitti armati frammentati e su scala locale, ma che chiamano in causa interessi politici ed economici globali e quindi generano flussi discorsivi internazionali.

I principali campi di riflessione e analisi empirica su cui si dovranno concentrare i contributi sono:

  • La tipologia dell’odio discorsivo. È corretto parlare genericamente di odio o si rischia di confondere la dimensione individuale con la dimensione pubblica delle manifestazioni di violenza verbale? Inoltre, è possibile ipotizzare che la varietà dei target del discorso violento incida sulle funzioni e sulle forme che quest’ultimo può assumere?
  • Uno sguardo diacronico. Negli ultimi anni le manifestazioni discorsive d’odio e di denigrazione sono sicuramente aumentate, assumendo una portata di massa che non ha precedenti storici, ma sono anche evolute costruendo nuovi paradigmi di odio razziale e di intolleranza.
  • Discorsi d’odio e propaganda di guerra. La “costruzione” del nemico è un processo connaturato alle guerre di ieri come a quelle di oggi e si fonda proprio sui meccanismi di odio discorsivo;
  • L’efficacia dell’odio nel discorso politico e nelle campagne elettorali. I discorsi d’odio sono diventati parte integrante della dialettica politica: dei veri e propri strumenti di ricerca del consenso nelle campagne elettorali, ma anche strumenti di gestione del consenso da parte dei governi;
  • Discorsi d’odio e nuovi media: Tiktok, X, Instagram e Facebook. I discorsi dell’odio si sono integrati nelle dinamiche dei social media adattandosi a nuovi processi e ambienti comunicativi (video, meme, gif…);
  • L’Odio e la denigrazione nel discorso giornalistico. Il discorso giornalistico è spesso caratterizzato da processi di semplificazione, spettacolarizzazione e drammatizzazione; fenomeni che rendono questo spazio discorsivo particolarmente incline all’odio e alla denigrazione.

 

 Los procesos comunicativos públicos y las formas del odio discursivo

Editor:

Orlando Paris (Departamento de Estudios Humanísticos, Università per Stranieri de Siena);

Plazo de envío de propuestas: 30 de junio de 2024

Notificación de aceptación de propuestas: 15 de julio de 2024

Publicación: 30 de julio de 2024

Las propuestas deberán ser enviadas a: filosofiesemiotiche@gmail.com y paris@unistrasi.it

 

A lo largo de su historia y con diferentes enfoques metodológicos, las disciplinas filosóficas se han cuestionado acerca de las categorías conceptuales de “odio” y “violencia”. En muchas oportunidades, lo han hecho a partir de las instancias que, en su momento, la contemporaneidad ha impuesto.

Una de las tendencias más actuales de esta línea de investigación involucra a las disciplinas filosófico-lingüísticas en el tratamiento del odio discursivo y la violencia verbal. La necesidad de observar estos fenómenos con mirada y metodología científica nace como consecuencia de la relevancia que estas dinámicas discursivas han asumido en el mundo contemporáneo. De hecho, los discursos de odio parecen haberse convertido en un verdadero fenómeno social capaz de socavar la dialéctica pública y, en consecuencia, la vida democrática de todo un país: discursos racistas, denigrantes, intolerantes, que hasta hace poco habrían sido estigmatizados públicamente, hoy son socialmente aceptados y han alcanzado una difusión viral. Se trata de una dinámica discursiva que se manifiesta con toda su fuerza cuando incluso las instituciones que se supone deben garantizar una sana dialéctica pública se convierten, por el contrario, en una fuente de regímenes discursivos de odio: no es extraño ver que se utilicen discursos de odio como herramienta para buscar consensos durante las campañas electorales, pero también como instrumentos para gestionar el consenso por parte de los gobiernos. No fue sino hasta 2015 cuando el informe de la Comisión Europea contra el Racismo y la Intolerancia (ECRI) –un órgano del Consejo de Europa– destacó precisamente cómo el aumento de los discursos de odio online había sido una de las tendencias más preocupantes de ese año. Desde entonces, las instituciones europeas han intensificado su preocupación conforme a la magnitud de crecimiento de este fenómeno.

En los Estados Unidos –donde el término hate speech nace principalmente como categoría socio-política y jurídica (Ziccardi, 2016, 2019)–, desde finales de los años noventa, ha ganado terreno un verdadero campo de estudio interdisciplinario que reúne a académicos, investigadores, profesionales, líderes de derechos humanos y de las ONG: los hate studies[2]. En este ámbito de investigación, las disciplinas filosófico-lingüísticas representan una importante y difundida línea de estudios que, para analizar el odio discursivo, ha introducido las estrategias teóricas más dispares y ha sondeado diferentes contextos comunicativos. En Italia, desde hace varios años, los filósofos del lenguaje, los lingüistas y los semiólogos se confrontan con respecto al tema del odio discursivo utilizando enfoques metodológicos diferentes pero dialogantes y muy a menudo llegan a resultados dispares, pero coherentes entre sí o al menos con grandes áreas de intercambio. Existen enfoques que analizan el odio a partir de la dimensión léxica de la lengua (De Mauro, 2016); otros reflexionan sobre las estructuras narrativas específicas que subyacen al odio (Ferrini y Paris, 2019). Hay análisis que aplican al odio el marco teórico de los actos de habla propuesto por Austin (1962) (Bianchi, 2021); otros que se centran en la noción de “práctica verbal” (Piazza, 2019). Hay trabajos que analizan la dimensión enunciativa de la violencia discursiva (Petrilli, 2020a, 2020b) y otros que se ocupan de las implicaturas y los presupuestos (Lombardi Vallauri, 2019) (Cepollaro, 2015, 2020). En resumen, el panorama de los estudios filosóficos-lingüísticos sobre odio discursivo es aún joven en Italia, per extremadamente rico e interesante.

Con este número monográfico de Filosofías semióticas titulado Los procesos de comunicación pública y las formas del odio discursivo queremos, en primer lugar, hacer un balance de los estudios italianos e internacionales sobre el odio discursivo, partiendo de los problemas de definición filosófico-lingüística del fenómeno y recorriendo los enfoques teóricos y la evolución del marco metodológico con el que se ha estudiado. Además, nos proponemos desarrollar algunas áreas de investigación empírica que son de gran actualidad y que vuelven a cuestionar la teoría a partir de la renovada relación del discurso de odio con la propaganda de guerra. La “construcción” del enemigo es un proceso inherente tanto a las guerras de ayer como a las de hoy; y la repetición o modificación de los mecanismos de odio discursivo –ya experimentados en el pasado– por parte de la propaganda bélica del siglo XXI constituye un tema de investigación relevante. Es necesario, por tanto, profundizar en las caracterizaciones actuales de los discursos de odio en un contexto geopolítico global determinado por conflictos armados fragmentados y a escala local, pero que cuestionan los intereses políticos y económicos globales y, en consecuencia, generan flujos discursivos internacionales.

Los principales campos de reflexión y análisis empírico en los cuales deberán centrarse las propuestas son:

  • La tipología del odio discursivo. ¿Es correcto hablar genéricamente de odio o se corre el riesgo de confundir la dimensión individual con la dimensión pública de las manifestaciones de violencia verbal? Por otra parte, ¿es posible plantear la hipótesis de que la variedad de los target del discurso violento afecta a las funciones y formas que este puede adoptar?
  • Una mirada diacrónica. En los últimos años, las manifestaciones discursivas de odio y de denigración indudablemente han aumentado, alcanzando un nivel masivo sin precedentes, pero también han evolucionado, construyendo nuevos paradigmas de odio racial y de intolerancia.
  • Discursos de odio y propaganda de guerra. La “construcción” del enemigo es un proceso inherente a las guerras de ayer y de hoy y se funda justamente sobre la base de mecanismos de odio discursivo.
  • La eficacia del odio en el discurso político y en las campañas electorales. Los discursos de odio se han convertido en parte integrante de la dialéctica política: son verdaderas herramientas para buscar consenso en las campañas electorales, pero también instrumentos para gestionar el consenso por parte de los gobiernos.
  • Discursos de odio y nuevas redes sociales: Tiktok, X, Instagram y Facebook. Los discursos del odio se han integrado a las dinámicas de las redes sociales adaptándose a nuevos procesos y ámbitos comunicativos (video, meme, gif…).
  • El Odio y la denigración en el discurso periodístico. El discurso periodístico generalmente se caracteriza por procesos de simplificación, espectacularización y dramatización, fenómenos que hacen que este espacio discursivo sea particularmente propenso al odio y a la denigración.

 

 Public Communication Processes and Forms of Discursive Hatred

  

Editor:

Orlando Paris (Dipartimento di Studi Umanistici, University for Foreigners of Siena)

Submission Deadline: June 30, 2024

Notification of acceptance: July 15, 2024

Publication date: July 30, 2024

Contributions must be sent to the e-mail addresses: filosofiesemiotiche@gmail.com and paris@unistrasi.it

Various branches of philosophy have examined the conceptual categories of “hate” and “violence” at different moments in their history and with different methodological approaches, often considering the circumstance that contemporaneity has posed from time to time. One of the most current trends in this line of research sees philosophical-linguistic disciplines engaged in dealing with discursive hatred and verbal violence. And in this case, the need to examine such phenomena with scientific perspective and methodology has emerged on account of the relevance of these discursive dynamics in the contemporary world. In fact, hate speech seems to have become a real social phenomenon, which can put public dialectics (and consequently the democratic life of an entire country) into crisis. Racist, denigrating, intolerant speeches, which until recently would have been publicly stigmatized, are now socially accepted and have found a diffusion that can be defined as viral. This discursive dynamic appears in all its strength when even the institutions, which should guarantee a healthy public dialectic, become themselves a source of hate speech. It is not uncommon to see hateful and denigrating speeches used as an instrument for seeking consent during electoral campaigns, but also as tools for managing consent by governments. The report of the European Commission against Racism and Intolerance (ECRI), which is a body of the Council of Europe, underlined only in 2015 that the increase in online hate speech was one of the most worrying trends of that year. From 2015 to today, the warnings of European institutions have intensified, just as the intensity of this phenomenon has grown.

In the United States – where the term hate speech was born primarily as a political-social and legal category (Ziccardi, 2016, 2019) – a truly interdisciplinary field of study has established itself since the end of the 1990s. The expression hate studies refers to a field that brings together scholars, researchers, professionals, human rights leaders, and NGO leaders. Within this research space, philosophical-linguistic disciplines represent an important and established line of study that has introduced many theoretical strategies and has explored different communicative contexts to analyze discursive hatred. In the Italian context, for several years, philosophers of language, linguists and semiologists have been discussing the topic of discursive hatred with different (but open to dialogue) methodological approaches and the researchers, many times, arrived at different but coherent results, or at least with large areas of sharing. Some approaches analyze hate starting from the lexicon (De Mauro, 2016). Others focus on the specific narrative structures of hate speeches (Ferrini e Paris, 2019). Some works apply the theoretical framework of linguistic acts proposed by Austin (1962) to hatred (Bianchi, 2021). Others focus on the notion of “verbal practice” (Piazza, 2019). Some works analyze the enunciative dimension of discursive violence (Petrilli, 2020a, 2020b). Others work on implicatures and presuppositions (Lombardi Vallauri, 2019) (Cepollaro, 2015, 2020). So, philosophical-linguistic studies on discursive hatred in Italy are young, but extremely rich and interesting.

The aim of this monographic issue of the journal “Filosofie Semiotiche” – entitled “Public Communication Processes and Forms of Discursive Hatred” –  is primarily to assess the Italian and international studies on discursive hatred, starting from the problems of philosophical-linguistics definition of the phenomenon and retracing the theoretical approaches and the evolution of the methodological framework with which it was studied.

Furthermore, with this issue, it is our intention to develop some topical sectors of empirical research, and which return to questioning theory, starting from the renewed relationship between hate speech and war propaganda. The “construction” of the enemy is a process inherent to the wars of yesterday as well as those of today. A relevant research topic is whether, in the 21st century, war propaganda repeats or modifies the mechanisms of discursive hatred already experimented in the past. There is therefore a need to delve deeper into the current characterizations of hate speech in a global geopolitical context characterized by fragmented armed conflicts on a local scale, but which call into question global political and economic interests, and therefore generate international discursive flows.

Contributions may focus on the following research topics:

  • The typology of discursive hatred. Is it correct to speak generically about hatred or do we risk confusing the individual dimension with the public dimension of manifestations of verbal violence? Furthermore, is it possible to hypothesize that the variety of targets of hate speech affects functions and forms of hate speech?
  • A diachronic perspective. In recent years, discursive manifestations of hatred and denigration have certainly increased, taking on a mass scale that has no historical precedent. Moreover, they have evolved by building new paradigms of racial hatred and intolerance.
  • Hate speech and war propaganda. The “construction” of the enemy is a process inherent to the wars of the past as well as those of the present. It is based precisely on the mechanisms of discursive hatred.
  • The efficacy of hatred in political discourse and electoral campaigns. Hate speeches have become an integral part of political dialectics. They are instruments for seeking consent during electoral campaigns, and tools for managing consent by governments.
  • Hate speech and new social media: TikTok, X, Instagram, and Facebook. Adapting to new communication processes and environments (videos, memes, gifs…), hate speeches have integrated into the dynamics of social media.
  • Hate and denigration in journalistic discourse. Journalistic discourse is often characterized by processes of simplification, spectacularization and dramatization. These phenomena make the journalistic space a discursive one, particularly prone to hate and denigration.

 

Les processus de communication publique et les formes de haine discursive

  Éditeur :

Orlando Paris (Dipartimento di Studi Umanistici, Université pour Étrangers de Sienne)

Date limite de soumission : 30 juin 2024

Notification d’acceptation : 15 juillet 2024

Date de publication : 31 juillet 2024

Les contributions doivent être envoyées à l’adresse électronique filosofiesemiotiche@gmail.com et paris@gmail.com.

Les disciplines philosophiques ont remis en question les catégories conceptuelles de « haine » et de « violence », à différents moments de leur histoire et avec des approches méthodologiques différentes, souvent à partir des exigences que la contemporanéité a posées de temps à autre. L’une des tendances les plus actuelles dans cette ligne de recherche voit les disciplines philosophico-linguistiques examiner la haine discursive et la violence verbale. Et dans ce cas, la nécessité d’examiner ces phénomènes avec une perspective et une méthodologie scientifique est apparue en raison de la pertinence de ces dynamiques discursives dans le monde contemporain. En fait, les discours de haine semblent être devenus un véritable phénomène de société capable de mettre en crise la dialectique publique et, par conséquent, la vie démocratique de tout un pays : les discours racistes, dénigrants, intolérants qui, jusqu’à récemment, auraient été publiquement stigmatisés, sont désormais socialement acceptés et ont trouvé une diffusion facile à définir comme virale. Cette dynamique discursive apparaît dans toute sa force lorsque même les institutions, qui devraient garantir une dialectique publique saine, deviennent elles-mêmes source de discours de haine. Il n’est pas rare de voir des discours de haine et dénigrants utilisés non seulement comme moyen de recherche du consentement lors des campagnes électorales, mais aussi comme moyen de gestion du consentement par les gouvernements. Le rapport de la Commission européenne contre le racisme et l’intolérance (ECRI), qui est un organe du Conseil de l’Europe, soulignait seulement en 2015 que l’augmentation des discours de haine en ligne était l’une des tendances les plus inquiétantes de cette année-là. De 2015 à aujourd’hui, les alertes des institutions européennes se sont intensifiées, à mesure que l’intensité de ce phénomène s’est accrue.

Aux États-Unis – où le terme hate speech est né avant tout comme catégorie politico-sociale et juridique (Ziccardi, 2016, 2019) – un champ d’étude véritablement interdisciplinaire s’est imposé depuis la fin des années 1990 : les hate studies. L’expression hate studies fait référence à un domaine qui rassemble des universitaires, des chercheurs, des professionnels, des leaders des droits de l’homme et des dirigeants d’ONG. Au sein de cet espace de recherche, les disciplines philosophico-linguistiques représentent une ligne d’étude importante et établie qui a introduit de nombreuses stratégies théoriques et exploré différents contextes de communication pour analyser la haine discursive. Dans le contexte italien, depuis plusieurs années, philosophes du langage, linguistes et sémiologues discutent du thème de la haine discursive avec des approches méthodologiques différentes mais ouvertes au dialogue. Certaines approches analysent la haine à partir du lexique (De Mauro, 2016) ; d’autres se concentrent sur les structures narratives spécifiques des discours de haine (Ferrini e Paris, 2019). Certains travaux appliquent la théorie des actes linguistiques proposé par Austin (1962) à la haine (Bianchi, 2021). D’autres se concentrent sur la notion de « pratique verbale » (Piazza, 2019). Certains travaux analysent la dimension énonciative de la violence discursive (Petrilli, 2020a, 2020b). D’autres travaillent sur les implicatures et les présuppositions (Lombardi Vallauri, 2019) (Cepollaro, 2015, 2020). Le panorama des études philosophico-linguistiques sur la haine discursive en Italie, en somme, est jeune, mais extrêmement riche et intéressant.

Le but de ce numéro monographique des “Filosofie semiotiche”, intitulé “Les processus de communication publique et les formes de haine discursive”, est, avant tout, faire le point sur les études italiennes et internationales sur la haine discursive, à partir des problèmes de définition philosophique – linguistique du phénomène et retraçant les approches théoriques et l’évolution du cadre méthodologique avec lequel il a été étudié. En outre, nous souhaitons développer certains secteurs de recherche empiriques particulièrement actuels et revenir à la théorie du questionnement, à partir du rapport renouvelé entre discours de haine et propagande de guerre. La « construction » de l’ennemi est un processus inhérent aux guerres d’hier comme à celles d’aujourd’hui. Un sujet de recherche pertinent est d’examiner si, au XXIe siècle, la propagande de guerre répète ou modifie les mécanismes de haine discursive déjà expérimentés dans le passé. Il est donc nécessaire d’approfondir les caractérisations actuelles du discours de haine dans un contexte géopolitique mondial caractérisé par des conflits armés fragmentés à l’échelle locale, mais qui remettent en question les intérêts politiques et économiques mondiaux et génèrent donc des flux discursifs internationaux.

Les contributions pourront se concentrer sur les domaines de réflexion et d’analyse empirique indiqués :

  • La typologie de la haine discursive. Est-il correct de parler de haine de manière générique ou risque-t-on de confondre la dimension individuelle avec la dimension publique des manifestations de violence verbale ? En outre, est-il possible d’émettre l’hypothèse que la diversité des cibles du discours de haine affecte les fonctions et les formes du discours de haine ?
  • Une vision diachronique. Ces dernières années, les manifestations discursives de haine et de dénigrement se sont certainement multipliées, prenant une ampleur massive sans précédent historique. De plus, ils ont évolué en construisant de nouveaux paradigmes de haine raciale et d’intolérance.
  • Discours de haine et propagande de guerre. La « construction » de l’ennemi est un processus inhérent aux guerres d’hier comme à celles d’aujourd’hui et repose précisément sur les mécanismes de haine discursive.
  • L’efficacité de la haine dans le discours politique et les campagnes électorales. Les discours de haine font désormais partie intégrante de la dialectique politique. Ils constituent un moyen permettant de rechercher le consentement lors des campagnes électorales et de gérer le consentement des gouvernements.
  • Discours de haine et nouveaux médias : TikTok, X, Instagram et Facebook. Les discours de haine se sont intégrés dans la dynamique des médias sociaux, s’adaptant aux nouveaux processus et environnements de communication (vidéos, mèmes, gifs…).
  • Haine et dénigrement dans le discours journalistique. Le discours journalistique est souvent caractérisé par des processus de simplification, de spectaculaire et de dramatisation, des phénomènes qui rendent cet espace discursif particulièrement sujet à la haine et au dénigrement.

 

References

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Ziccardi, Giovanni (2016). L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete. Milano: Raffaello Cortina.

Ziccardi, Giovanni (2019). Tecnologie del potere. Come usare i social network in politica. Milano: Raffaello Cortina.

 

[1] Sulla nascita, lo sviluppo e il consolidamento degli hate studies ha sicuramente influito la presenza di un movimento intellettuale come il Critical Race Theory sviluppatosi negli Stati Uniti già a partire dagli anni Sessanta del Novecento.

[2] En el nacimiento, el desarrollo y la consolidación de los hate studies sin duda ha influido la presencia de un movimiento intelectual como el Critical Race Theory, que se había desarrollado en los Estados Unidos a partir de los años ’60.

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