La Ceramica Jomon

Metodologie di scavo e esempi di cultura materiale neolitica
nell’arcipelago giapponese.

Il 1877 si fa coincidere con l’inizio dell’attività scientifica e l’introduzione di una metodologia scientifica di scavo e di studio dei reperti archeologici sul suolo nipponico. Lo zoologo americano E. S. Morse decise di intraprendere una campagna di scavi ad Omori, nelle vicinanze di Yokohama (nei pressi della capitale, Tokyo) all’interno di un grande kaizuka (letteralmente “deposito di conchiglie”), un enorme cumulo di scarti alimentari prevalentemente costituito da gusci di molluschi bivalvi formatosi grazie all’attività dell’uomo, che all’epoca basava il suo sostentamento sulla raccolta (molluschi, sementi, frutti ed erbe) e sulla caccia o la pesca, dove vennero ritrovati dei frammenti ceramici mai visti prima. Il 1868, anno di inizio del “Periodo Meiji”, rappresenta il punto di partenza di un periodo di profondi cambiamenti per il Giappone, rimasto chiuso a sé stesso per più di due secoli e con pochi contatti con il mondo esterno (le cattive esperienze con persone provenienti dall’Europa, per lo più Gesuiti interessati a convertire i giapponesi al credo cristiano, avevano portato alla chiusura dei porti agli inizi del XVII secolo e i tagli delle relazioni, seppur con qualche eccezione, con gli altri paesi). Con la successiva e forzata apertura dei porti da parte dell’America, interessata anche alla posizione strategica dell’arcipelago giapponese all’interno delle rotte marittime commerciali, il Giappone viene messo di fronte a numerose scelte e difficili condizioni. Ne conseguì una corsa alla modernizzazione e l’adozione di tecnologie e modelli stranieri che permisero al Giappone di diventare al pari delle altre nazioni sullo scacchiere mondiale. Una grande ondata di nazionalismo che seguì la restaurazione della figura dell’Imperatore, fino a quel momento rimasta sempre più solo un simbolo (la situazione non cambiò così tanto nemmeno in epoca Meiji), non permetteva una ricerca scientifica coerente con i rapporti di scavo. L’imprescindibile centralità dell’Imperatore e la sua intoccabile discendenza divina (secondo la tradizione l’Imperatore discenderebbe direttamente dalla Dea del sole Amaterasu) scoraggiavano le ricerche che avrebbero potuto in qualche modo danneggiare la storiografia nazionale.

Ad ogni modo la ceramica rinvenuta nel chiocciolaio di Omori diede il via ad una intensa attività scientifica e una produzione editoriale senza precedenti. A questo particolare tipo di vasellame venne attribuito il nome di “Jomon” (縄文) ovvero “Motivo a corda” derivante dalla decorazione ottenuta imprimendo sull’argilla ancora fresca vari tipi di oggetti: corde, ramoscelli, utensili vari. Il termine “Jomon” venne usato per denominare il periodo dell’età della pietra in Giappone. Nel 1947 venne istituita la “Nihon Kokogaku Kyokai” (l’Associazione Archeologi Giapponesi) dove venne introdotta una metodologia basata di più sui resti archeologici e che permise di proseguire gli studi su questa cultura Neolitica. In quanto a record la ceramica Jomon pare essere una delle culture materiali (insieme di manufatti prodotti da un determinato popolo) più antiche al mondo, comparsa all’incirca 13.000 anni fa, e pare che la sua invenzione sia avvenuta all’interno dell’arcipelago senza varie influenze esterne (solitamente la cultura ceramica è qualcosa che si sviluppa in maniera spontanea e non richiede un grande ingegno, soprattutto per le persone dell’epoca, per realizzare che l’argilla comincia a solidificarsi se esposta all’aria e alla luce del sole.

Per tale motivo la ceramica si sviluppa spontaneamente in tutto il mondo e manifesta delle caratteristiche simili anche perchè le persone sono portate naturalmente a decorare gli oggetti).

La ceramica Jomon è caratterizzata da un forte regionalismo, sicuramente frutto di fattori ecologici e culturali, e una continua evoluzione del tempo, segno di una evoluzione della società da una cultura nomadica ad una più sedentaria. I primi vasi Jomon erano realizzati a mano “a colombino” (un cilindro di argilla avvolto su se stesso per formare la struttura del vaso per poi essere levigato) e cotti in grandi fosse aperte a circa 800°C tramite la combustione di vario materiale vegetale (il fatto che le buche per la cottura fossero aperte, in questa fase incipiente, implica una temperatura non regolare e una cottura dei vasi meno uniforme. Solo successivamente vennero ideate delle fosse di cottura coperte con del terreno e poi forni con camera di combustione separata dalla camera di cottura). La forma più comune era detta “fukabachi” (“ciotola profonda”), un vaso dal fondo appuntito che doveva essere probabilmente parzialmente interrato e destinato alla conservazione di sementi. A seguito di un grande aumento della popolazione una forma di ceramica più elaborata comparve nell’arcipelago (2500 a.C. -1500 a.C.), caratterizzata da pareti più spesse, più pesante, e con elaborate e ricche decorazioni, probabilmente per soddisfare le necessità di una nuova sfera rituale che pian piano si stava andando a delineare in una società sempre più sedentaria dove man mano cominciava a emergere una forza lavoro che non mirava solo alla caccia e alla raccolta per la sussistenza. Una rinnovata ritualità permise la creazione di alcuni dei prodotti più tipici della cultura Jomon: I “Kaen Doki”, conosciuti come “Vasi a Fiamma”, riccamente decorati con figure di animali stilizzate, una forma di coroplastica (produzione di statuette dalle fattezze umane e animali di cui non se ne trova nemmeno una intatta. Forse utilizzate in qualche rituale, ex voto o maledizioni verso qualche nemico, che prevedeva la rottura). In una fase più tarda (1500 a.C. -1000 a.C.) cominciano ad apparire delle enigmatiche statuette, denominate “Dogu”, di diverso tipo (crociformi, stanti, zoomorfi, “occhialuti”, “faccia a cuore”).

Una delle più iconiche è quella “occhialuta” che ha ispirato una larga produzione di leggende e miti volti a spiegare il motivo della scelta dei suoi tratti fisionomici quasi “alieni”. Osservando attentamente le statuette di questo tipo una grande attenzione viene posta agli organi genitali, probabilmente femminili e spesso collegati all’ombelico e al seno, legati ai concetti di fecondità e prosperità. Notiamo inoltre numerosi segni sul corpo, molto simili ai dei tatuaggi (nonostante l’attenzione degli archeologi si sia allontanata dalla ricerca della “autentica razza giapponese”, nata dalle nuove ondate di nazionalismo di epoca Meiji, questi tatuaggi ricorderebbero l’usanza della popolazione “Ainu”, forse la più antica popolazione dell’arcipelago, poi relegata sempre più nei territori a nord, del tatuaggio dei corpi).

Numerose sono le interpretazioni, tra cui la presenza di un capo spirituale femminile che deve aver avuto un grande ruolo nella società del tempo.

La fine della cultura Jomon è legata ad un generale declino e una situazione di stagnazione sociale che caratterizzò la fase più tarda del periodo. Man mano avvenne il passaggio, soprattutto nei siti a ovest del paese, verso una nuova cultura denominata “Yayoi” (attorno al 350-300 a.C.) caratterizzata da una nuova produzione ceramica più semplice e dal colore rossastro e numerosi contatti con il continente che permisero l’introduzione, nei secoli successivi, tra le tante innovazioni, della coltivazione del riso e la metallurgia del bronzo e del ferro.

Raffaele Caruso



Fonti: 

 

 

Informazioni su Raffaele Caruso

Studia attualmente Lingue e Culture Orientali e Africane presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Intrapreso il percorso di studio delle lingue orientali ha subito mostrato un grande interesse per la Letteratura antica, le folk performing arts dell’Asia Orientale e gli studi comparati tra Giappone e Corea. Appassionato fotografo e videomaker cerca sempre di coltivare il suo interesse come mezzo di supporto alla sua vita accademica.
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