L’Accademia che vorrei (di Sante Abbinente)

Qualche settimana fa l’artista Mimmo Di Caterino mi ha chiesto di intervenire sul fatto che a Cagliari manchi del tutto un’Accademia di Belle Arti. Si tratta di una questione che a molti può risultare banale o di scarso interesse ma per una persona che ha strappato i propri titoli di studio e che da allora si dedica in modo assiduo all’attività artistica è invece un tema ricco di spunti riflessivi.
Nel formulare una risposta al quesito mi rendo conto di aver riflettuto inconsciamente da anni sul ruolo dell’istruzione in generale, di quella artistica e in maniera ancora più particolare su quello delle accademie. In questo ambito vigono, se non una forte disinformazione, sicuramente grossi pregiudizi e luoghi comuni.
Mi accorgo di essere stato io stesso vittima di tutte queste componenti che hanno viziato a lungo la mia opinione sulle diverse strutture formative.
Buona parte della mia vita l’ho trascorsa all’interno di scuole e università, ricoprendo diversi ruoli: studente, insegnante, dottorando, candidato a concorsi, candidato ad esami, etc.
Non riflettere su queste realtà avrebbe significato non riflettere sulla mia vita.
Nel 2012 misi in scena la performance Curriculum Vitae in cui strappai, tagliai e incollai i numerosi titoli di studio che avevo conseguito durante un percorso dispendioso sotto tutti i punti di vista.
Questo gesto eclatante però lungi dall’essere il culmine di un percorso ho scoperto poi essere il punto di partenza per riflessioni che tutt’ora continuano.
Non credo si possa dare risposta al quesito posto da Mimmo Di Caterino se prima non si risponde ad un altro quesito: quale è il ruolo delle Accademie di Belle Arti oggi in Italia?
Come sempre per procedere nell’argomentazione devo fare riferimento alle mie esperienze personali. Trasferitomi a Milano ho avuto il piacere di recarmi più volte alla Pinacoteca di Brera, situata nel medesimo stabile dell’omonima accademia che ha vantato tra studenti e docenti: Medardo Rosso, Carlo Carrà, Francesco Hayez, Gaetano Previati, Cesare Tallone, Federico Faruffini, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Giuseppe Molteni, etc.
Non lontano dall’Accademia vi era il Jamaica, simbolico luogo frequentato da Fontana, Manzoni, etc.
Sempre a Milano ho avuto l’occasione di confrontarmi con persone che ruotano intorno al mondo dell’accademia dalle quali ho sempre appreso qualcosa di nuovo e di interessante.
E’ fuori discussione il ruolo delle accademie quali luoghi di cultura e di sapere. Attraverso Brera e i suoi ex studenti ho riscoperto un Ottocento Italiano ricco di fascino e mi sono chiesto: “come mai è stato necessario avvicinarmi a Brera per poter apprezzare quegli artisti e quel modo di fare arte? Perché l’Ottocento Italiano è ancora oggi così bistrattato?”
La risposta forse possiamo trovarla nelle parole di Giuliano Matteucci pubblicate nel catalogo della mostra “Pittori Italiani dell’Ottocento” tenutasi a Palazzo Strozzi dal 15 settembre al 14 ottobre del 1973:
“La pittura dei nostri artisti ha origini e ragioni diverse da quella francese. Essa nasce e si sviluppa sempre con la presenza di un tipico carattere di italianità, e i suoi temi, se pure diversi da quelli del mondo più preparato culturalmente dei francesi, riflettono essenzialmente una società che combatteva per la nascita di una nuova Italia; e questa esigenza molto spesso viene dimenticata. Ma, messi da parte i riferimenti storici, noi crediamo soprattutto che la bellezza di un quadro vada giudicata non solo in funzione del suo effetto estetico, ma anche per l’emozione che esso suscita in chi vi si pone dinanzi. E se oggi ci si esalta per certi simbolismi, sintomi di una decadenza umanistica più che espressione di una società culturalmente più preparata, non riusciamo a capire perché la raffigurazione di un mondo realmente esistito così e così vissuto, possa portare a giudizi tanto viziati.”
“Quasi tutti i Macchiaioli presero parte ai moti rivoluzionari dell’indipendenza italiana. E se questo periodo, sul piano puramente storico, ha già trovato innumerevoli studiosi, nessuno ha mai pensato di abbinarvi in modo non superficiale il ramo altrettanto importante del risorgimento pittorico. Pensiamo ancora che manca un preciso catalogo ragionato di ognuno di questi artisti; riflettiamo pure sulla difficoltà di riferire oggi la precisa ubicazione di non pochi dei loro quadri, citati nei cataloghi delle varie esposizioni del tempo, sia perché i loro titoli variano di catalogo in catalogo, sia perché le loro tracce sono andate completamente perdute. Sarebbe infine utilissimo raccogliere l’epistolario completo dei Macchiaioli, da cui indubbiamente verrebbe fuori di ciascuno un profilo completo con una immagine più autentica e senza dubbio meno superficiale. Se indagassimo su tutto ciò, come del resto è stato fatto oltre mezzo secolo fa dagli stranieri per i loro grandi artisti, allora certamente la pittura italiana dell’Ottocento agli occhi di tutti noi balzerebbe viva nella sua splendida e rigogliosa originalità.”
Giuliano Matteucci evidenzia almeno due questioni: la prima è rappresentata dal fatto che la produzione artistica di una realtà più rurale di altre non è per questo motivo meno importante dal punto di vista culturale. La seconda è che al fianco degli artisti che operano in un territorio è necessario vi siano intellettuali volenterosi, capaci e coraggiosi al punto tale da sposare le battaglie degli stessi e insieme con loro effettuare un percorso di affermazione culturale. Ecco, forse questa parte del lavoro competeva e compete tutt’ora alle accademie.
Per un lungo periodo di tempo ho studiato l’arte attraverso riviste e pubblicazioni di importanti editori, canali che spesso sono finanziati dagli artisti più danarosi e dagli operatori di un mercato notoriamente distorto.
Non esiste un ruolo univoco delle accademie, esse sono istituzioni enormi che svolgono una miriade di attività. Il bene artistico è qualcosa di molto particolare che facilmente si può trovare al centro di manovre poco edificanti e poco oneste. Per dirla con un esempio io preferirei che i miei figli nei libri di Storia dell’Arte studiassero Marco Lavagetto e Il Complotto di Tirana piuttosto che Jeff Koons.
Attualmente il lavoro di almeno un’intera generazione di validi artisti italiani sta per essere mandata alle ortiche anche perché nessuna istituzione si preoccupa di fare scelte coraggiose fuori dal proprio orticello.
Allora più che di Accademie e di Accademia di Cagliari io parlerei dell’accademia che vorrei: un’accademia che stimoli la libertà di pensiero, il confronto, l’onestà intellettuale, e che non abbia la pretesa di veder nascere in seno ad essa gli artisti del suo tempo, ma che sia piuttosto aperta all’esterno per intercettare il meglio che la società propone, affiancare gli artisti nella produzione, valorizzarli culturalmente e portarli nei luoghi che contano. Le Accademie restano l’ultimo baluardo per la difesa di una cultura artistica non locale ma residente, un’espressione artistica che, lungi dall’essere bigotta, può essere semplicemente meno alla moda e meno accattivante di talune vuote proposte che ci giungono da luoghi lontani nei quali le accademie funzionano bene, fanno rete e impongono le proprie scelte, talvolta discutibili, a livello globale.
In questo senso non posso che ritenere decisiva dal punto di vista culturale per l’area cagliaritana e non solo, la presenza di un’Accademia di Belle Arti, ma qui veniamo al passo successivo. All’attuale classe politica cui spettano decisioni di questo tipo la cultura interessa?