I Tri da’ Cruci: una tradizione popolare di Tropea

18518711_10211558832359783_881977639_nA Tropea ogni anno il 3 maggio si rinnova in via Umberto I, per i tropeani “u’ Burgu”, la festa più importante e sentita dalla comunità della città tirrenica: “I TRI DA’ CRUCI. Rulli di tamburi, bandierine variopinte, bancarelle, balconi addobbati con drappi e ghirlande floreali danno il segno che è giorno di festa.
Si commemora l’Invenzione della Santa Croce, giustificata dal fatto che, un tempo, all’inizio di via Umberto I, sorgeva una chiesetta dalla forma cilindrica, simile ad una torre con tre croci. Questa piccola chiesa si trovava all’esterno dell’antica cinta muraria di Tropea, probabilmente riprendeva la forma architettonica circolare dell’Anastasis, ossia la Chiesa della Resurrezione di Gerusalemme. I fedeli per propiziarsi una grazia vi pregavano girando intorno per tre volte.
Questo edificio votivo subì ingenti lesioni strutturali in seguito al terremoto del 1783 e quasi un secolo dopo, nel 1875, dopo un potente temporale rovinò definitivamente. Alcuni fedeli raccolsero le “Tre Croci” e le collocarono nella vicina chiesa di San Michele Arcangelo. Sul luogo dove sorgeva la chiesetta delle “Tre Croci” i “borghitani” eressero una piccola edicola votiva, dove ogni anno, il 3 maggio, su un altare in legno vi pongono fiori freschi.
Ma la ricorrenza si è caricata di significati e simboli, di riti pagani e cristiani, che la tradizione ha portato sino ai nostri giorni. Un tempo, il rione del “Borgo” era il quartiere dei fabbri, dei maniscalchi, dei cesellatori, dei tintori, ricco di botteghe che producevano serrature e balaustre in ferro per i palazzi patrizi. Durante la giornata del 3 maggio, i bambini del “Borgo” giravano di casa in casa e negli orti vicini alla ricerca di materiale infiammabile per alimentare una grande catasta disposta verso la fine del quartiere. Dopo il tramonto iniziavano i festeggiamenti con fuochi d’artificio, giochi popolari e l’accensione del grande falò. Verso la fine della grande vampata, vi era chi sfidava le ultime cataste ardenti saltandoci sopra, chi vi cadeva dentro era preso di scherno dalla popolazione festante. Tali rituali richiamano i riti pagani in onore di Demetra e di Persefone e soprattutto i falò dedicati alla dea Pale, per propiziarsi il cambio di stagione dalla primavera all’estate.
Nei secoli passati, in varie epoche e per lunghi periodi, i pirati turchi e saraceni tennero sotto il loro dominio questo territorio, girando per le vie a dorso di cammello e seminando il terrore tra le popolazioni. I tropeani, in diverse occasioni, riuscirono ad avere la meglio sui saraceni, scacciandoli da Tropea e incendiando le loro navi.
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Al comando del capitano tropeano Gaspare Toraldo, ben 1200 calabresi partirono e si distinsero per il loro valore nello stretto di Lepanto il 7 ottobre 1571. I tropeani, dunque, per celebrare questi avvenimenti, il tre maggio, giorno in cui si festeggia il Trionfo della Santa Croce, preparano sagome di barche, cariche di fuochi d’artificio, le appendono da un lato all’altro del “Borgo” e durante la festa danno loro fuoco, creando un fantasmagorico spettacolo di luci, colori e scoppi. Poi, a fine serata, per schernire l’antico nemico, una sagoma di un cammello fatto di canne, imbottito anche questo di fuochi d’artificio, al ritmo frenetico della caricatumbula, i tamburi accompagnano la danza del “camiuzzu i focu” che balla, spara e agonizza. Il comitato appositamente costituito per celebrare ogni anno questa festa popolare, si occupa dell’organizzazione dell’evento – che riprende i giochi tipici dei festeggiamenti popolari, come la gara dei sacchi, quelle della pasta abbruscenti o delle pignatte – per rendere la festa “I Tri da’ Cruci” sempre più bella.
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Da diverso tempo, in piena sinergia tra il mondo delle associazioni di Tropea, la sera della festa si dà vita ad una rievocazione storica per ripercorrere le tappe salienti dell’epopea militare e religiosa che ha contraddistinto i destini di Tropea.
Quest’anno, il Gruppo Folk “Città di Tropea”, insieme all’associazione “LaboArt” e allo storico e archeologo tropeano Dario Godano ha messo in scena la rievocazione storica della prima cacciata dei saraceni da Tropea, nell’anno 886, in un’epoca remota e tutt’oggi nebulosa ai più.
Si è voluto mettere in scena, oltre che alle scene di lotta e vittoria contro i saraceni, una sapiente e scrupolosa ricostruzione storica degli abiti e della moda del tempo, dei prodotti alimentari, dei ruoli e delle usanze dei ceti sociali e militari.
Occorre precisare che nel periodo in cui assistiamo alla rapida conquista del Mediterraneo meridionale da parte degli Arabi tra il VII e il IX secolo, anche la Sicilia e buona parte della Calabria e della Puglia entrarono sotto la sfera saracena. Santa Severina, Tropea e Amantea divennero intorno alla metà del IX secolo delle colonie arabe soggette all’autorità dell’emiro. Alla popolazione cristiana, soggetta ai nuovi conquistatori musulmani, veniva imposta una tassa sulla religione, la jizya, riscossa da un emissario preposto ai tributi, l’amil.
18516131_10210811009565143_1616521456_nSolo intorno all’880 l’esercito bizantino guidato da Niceforo Foca ricominciò la graduale riconquista del sud Italia, sbaragliando prima i domini arabi nella Calabria settentrionale, in Lucania e in Puglia fino a Taranto e successivamente, tra l’885 e l’886 anche Santa Severina, Amantea e Tropea.
Successivamente nel 946 e nel 985 Tropea venne presa nuovamente di mira dai Saraceni, che quindi ne dovevano aver grande considerazione.
Alla dominazione araba nel Sud Italia, così come in Spagna, si deve il grande merito di aver introdotto il baco da seta e il cotone, insieme agli agrumi come il limone, l’arancia e il bergamotto, quest’ultimo essenza principale nell’industria dei profumi. Alla vasta varietà di spezie originarie dall’estremo oriente possiamo contemplare lo zenzero, la curcuma e lo zafferano. Il riso, conosciuto solo come elemento medico in età greco-romana, diventa in quel periodo un alimento base per il nutrimento della maggior parte della popolazione. Ciò è dovuto all’introduzione delle tecnologie dell’irrigazione e alla reintroduzione della rotazione delle colture del grano.
La produzione dello zucchero di canna, degli orologi ad acqua, della pasta di legno, della carta, della seta nonché il miglioramento delle tecniche di produzione dei profumi, vennero introdotte in Europa grazie ai contatti con il mondo islamico.18554669_10211558832039775_754439993_n
La follatura e progressi nella tecnologia dei mulini vennero anch’esse trasmesse all’Europa dal mondo islamico. Queste innovazioni successivamente resero possibile che alcune operazioni meccaniche eseguite prima dagli uomini o dagli animali venissero ora guidate da macchine già nell’Europa medievale.
Le opere di al-Khwārizmī (Corasmia, 780 circa – 850 circa) influenzarono fortemente la matematica in Europa. Come scrive il professor Victor J. Katz: “La maggior parte delle prime opere algebriche europee furono traduzioni di opere di al-Khwarizmi e altri autori islamici, così come le opere sulla trigonometria sferica”. La parola algoritmo, deriva dal nome latinizzato di Al-Khwarizmi (Algorismi), mentre la parola algebra deriva dal titolo dell’opera di al-Khwārizmī, l’al-Kitāb al-mukhtaṣar fī ḥisāb al-jabr wa l-muqābala. Queste e altre opere astronomiche e matematiche arabe, come quelle di al-Battānī (Albatenius) o il Grande Sindhind di Muhammad al-Fazārī vennero tradotte in latino durante il XII secolo.

Dario Godano, Francesco De Pascale