Appare evidente, oggi come non mai, la grave necessità educativa di cui soffre da tempo immemore il nostro Paese. Il settore dei Pedagogisti e degli Educatori conta da Nord a Sud oltre 25.000 unità, e, considerando i laureandi, assieme agli studenti in formazione, il numero non può che salire vertiginosamente.

Siamo oramai abitudinari della cronaca nera che le diverse testate giornalistiche danno quotidianamente in pasto al pubblico, scandalizzando la quiete delle nostre mura domestiche, spaventando i bambini e suscitando quesiti univoci tra i cittadini, ad esempio: “Da dove nasce tanta follia?”.

Eppure, bisogna riconoscerlo, la “follia” esiste, e spesso sorge dalla mancanza di un “principio dialogico” con uno specialista del settore in grado – forse – di comprendere il disagio esistenziale del soggetto, di stilare per lui un percorso socio-relazionale e psico-sociale consono alla sintomatologia dimostrata e – sempre forse – impedire o arginare che la follia dilaghi nella sua o nelle nostre case, quando meno ce lo aspettiamo. Quando magari i bambini dormono.

Tratterò questa lettera senza impostare un discorso retorico, né una terminologia eccessivamente complessa, come altresì aggrada a chi vive di false promesse. L’Educatore Sociale, in Italia, soffre una situazione di profondo precariato, colpa di una mancata tutela giuridica della professione, di leggi nazionali chiare a cui appellarsi: colpa delle “invasioni di campo” che deve subire in silenzio; colpa di una classe politica poco attenta ad ascoltare le voci di decine di migliaia di precari, professionisti, che non riescono a dare un futuro alle proprie famiglie; colpa del Miur che non è stato in grado di “schierarsi” dalla parte dei suoi laureati, ovvero dalla parte del “futuro” del nostro Paese.

Alla luce di tutto ciò mi chiedo: “ha senso mantenere in vita questo corso di studi se i risultati sono i medesimi?” Certo che no. A meno che la politica non provveda in tempi rapidi a legittimare l’Educatore ed il Pedagogista al “pari” delle altre altrettanto importanti figure che operano nel settore delle Scienze Umane.

La paga media per un educatore si attesta attorno alle 4,50 euro l’ora; meno di un netturbino, meno di una badante, meno di una baby-sitter, ancor meno della “dignità umana e professionale”. Si può andare avanti in questo modo? Lo chiedo ai Ministri, ai Sindaci, ai colleghi, ed a tutti coloro che leggeranno questa lettera di denuncia, padri e madri di famiglia: “È forse vita questa? È forse il giusto trattamento per chi impiega la propria vita ad aiutare gli altri, ed alla cura dei vostri figli? Ditemi, è forse umano ciò?”

Parliamo con dati alla mano. In maniera alquanto frammentata il Ministero della Sanità ha preso l’iniziativa sulla vicenda, precedentemente attraverso il DM 10/2/84, ed ora attraverso il DM 520/98. Cioè, anziché “sanare” (parola non a caso) il problema, ha finito col generarne altri. Invero, la vicenda dell’Educatore “doppio”; cosa significa ciò? Medicina recentemente ha lanciato sul mercato il “doppione” dell’Educatore Sociale, ergo l’Educatore Sanitario. Questa mossa, dal momento della sua attuazione, ha ulteriormente peggiorato le cose. Ha generato una “guerra tra poveri”, ed i 4,50 euro orari sopra enunciati vengono ora contesi, come un vecchio e spolpato osso, da parte di due cani affamati, il primo scarno e debole, il secondo forte e massiccio.

L’Educatore ed il Pedagogista sono, perlopiù, la categoria meno tutelata dai Sindacati; in caso di infortuni o malesseri non sappiamo a chi appellarci. L’ironia della sorte è che non soltanto non abbiamo diritto ad una paga, ma non abbiamo neanche diritto di essere tutelati se dovessimo avere qualche incidente sul lavoro.

Più volte nel corso degli anni l’APEI, Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani, ha presentato proposte di Legge per l’istituzione di un albo professionale; in tutti i casi la proposta non è stata mai discussa. 25.000 e dispari professionisti avranno forse diritto a lavorare? Avranno forse diritto a gestire a loro discrezione, con piano regionale, il sociale nella nostra nazione?

Per non farci mancare nulla, le regioni stabiliscono periodicamente, ed a poco prezzo, dei “corsi professionalizzanti di 300-500 ore” per ricoprire il ruolo di “educatore” all’interno delle coop con esse convenzionate. Trovate corretto che un diplomato agrario possa fare l’educatore? Trovate corretto possa farlo una persona di 60 anni con la quinta elementare? Eppure così avviene; e con questo modus operandi distorto crescono i casi di abusi negli asili-nidi, di violenze sessuali nei convitti e/o nei centri diurni; di sevizie a minori ecc. Se vengono messi in campo dallo Stato degli esperti “improvvisati” in stile fantozziano, possiamo forse aspettarci risultati che sfiorino la mediocrità?

Le Asl “impongono” alle cooperative da loro gestite, l’assunzione dell’Educatore Sanitario e lo scarto a priori dell’Educatore Sociale o, se già assunto, il suo imminente licenziamento. Ora non siamo qui a fare una sterile polemica su chi abbia le competenze maggiori, perché non è scopo di questa lettera e si sfocerebbe nel bislacco; dico soltanto che l’Educatore “doppio” è una “follia” solo italiana. È a tutti gli effetti una “violenza istituzionale”. È a tutti gli effetti un “doppio precariato”.

Alla luce dei piccoli-grandi cambiamenti che negli ultimi tempi stanno accadendo nel nostro Paese, occorre discutere e legittimare l’albo professionale per i “professionisti dell’educazione”, che sono a tutti gli effetti gli Educatori Sociali.

A partire dai prossimi giorni saremo a Palermo per incontrare il Presidente Nazionale APEI e per concordare gli ultimi punti- cardine da presentare a Roma. In seguito partirà una lotta condivisa sia in rete che nelle piazze per legittimare il nostro lavoro. Se ciò non dovesse bastare, o se ciò non dovesse portare rapidi risultati, giocheremo all’effetto domino. “O ci riconoscete, o abolite il titolo di studi e licenziate tutti”. 4,50 euro all’ora non sono vita, non rispecchiano la formazione di un professionista, e cosa ancor più grave, non rispecchiano uno Stato civilizzato, ma l’Homo Omini Lupus, la frustrazione, il decadimento, la vacuità.

Davide Piserà